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Gli Argosnauti

martedì 27 maggio 2008

Un gruppo di persone armeggia freneticamente con delle macchinette simili a calcolatrici, delle matite e delle specie di enormi elenchi telefonici. Altre persone fanno la fila circondati da scatoloni colmi di cianfrusaglie. Altre persone ancora stanno sedute in attesa, come un piccolo pubblico, di fronte ad un bancone piuttosto spoglio, sormontato da un monitor che indica dei numeri con una grafica da ricevitoria ippica. Ogni tanto il ragazzo dietro al bancone chiama un numero, a quel punto qualcuno si alza e va a ritirare qualcosa: ferri da stiro, lettori di cd, asciugamani, lampade. Pile e pile di enormi libroni dai colori sgargianti contornano tutto il locale.

È un negozio Argos. Le prime volte pensavo che si trattasse di una specie di bingo terra-terra, con premi non in vil denaro ma in piccoli elettrodomestici, un po’ come alle fiere di paese. Già mi intristivo pensando alla vita malinconica di chi passa il pomeriggio in un posto così spoglio, comprando con qualche spicciolo la speranza di vincere, se va bene, un frullatore.

Si tratta invece di una rete capillare di negozi molto spartani che fungono semplicemente da interfaccia verso un magazzino. Sfogliando il mastodontico catalogo che ti tirano dietro non appena entri, o consultandolo online, trovi il codice della merce che ti interessa. Con le macchinette simili a calcolatrici puoi vedere se l’oggetto che vuoi è disponibile in loco. Altrimenti puoi prenotare il ritiro via Internet, presso la sede che preferisci. Nel caso, fai la fila per pagare e poi aspetti che il garzone chiami il tuo numero dopo aver recuperato il tuo acquisto dal magazzino retrostante. Oppure puoi farti recapitare il tutto a casa.

Insomma, è il catalogo totale, il Postalmarket del futuro, una mano santa quando devi comprare, che so, un phon o un paio di cuffie col microfono, tanto per fare due esempi a caso. Altrimenti ci sta, sempre per fare un esempio a caso, che ti fai tutta Oxford Street da cima a fondo in preda ad una crisi isterica ripetendoti ossessivamente, mentre ti strappi i capelli, che non è possibile non riuscire a trovare una cippa di phon in un chilometro di negozi…

(È anche utile se arrivi a Londra una domenica pomeriggio e non hai le lenzuola e la coperta per dormire quella sera stessa.)

Ultima nota di folklore: accanto ad alcuni prezzi del catalogo, c’è un piccolo asterisco. La nota dice: scusate, non siamo riusciti ad abbassare il prezzo di questo prodotto dallo scorso catalogo. Sì: se non abbassano i prezzi di tutti i loro prodotti ogni sei mesi, questi non sono contenti…

Il club Duvet

mercoledì 5 marzo 2008

A proposito di differenze culturali: è noto che nel nordeuropa il piumone non si rincalza bensì lo si insacca in uno speciale lenzuolo e lo si adagia placidamente sopra il letto.

Il mio letto attuale

Il principale punto a favore è che fare il letto diventa un non-problema, un’operazione risolvibile con un abile gesto di mano in una frazione di secondo. Et voilà!

Questo mi rende felice anche se contrasta con l’antica religione del letto rincalzato, tramandatami per via materna, che richiede una lunga e laboriosa procedura per sigillare il letto in una sorta di sottovuoto, teso a rendere masochisticamente faticoso ricavarsi uno spiraglio fra gli strati per andare a dormire. Ma almeno non ti geli i piedi.

Chi usa il letto come discarica, invece, potrebbe farsi qualche problema dato che la parte superiore del letto è in fondo topologicamente la stessa superficie con cui si è a contatto mentre si dorme. E poggiare le cose sulle lenzuola è notoriamente Male.

Quello che mi affascina però è che qui la terminologia del bedding è molto standardizzata, anche se oscura per i non iniziati.

Intanto il “piumone che si appoggia” si chiama duvet quilt o duvet per gli amici. Se volete sapere quanto caldo vi terrà un certo duvet, dovete consultare il suo tog rating — sì, esiste un’unità di misura apposita.

La vera sfida sono le lenzuola. Sulle confezioni ovviamente trovate solo frasi come duvet cover set, perché spiegare che ti stanno vendendo il sacco con le federe costa troppo inchiostro. Poi ti vendono separatamente le fitted sheets, che sarebbero le lenzuola con gli angoli, ma attenzione agli sheet set se non volete trovarvi con le federe doppione.

Un’unica confezione che contenga lenzuolo, sacco e federe dev’essere un’idea geniale a cui nessuno ha ancora pensato.

E infine, occhio: il double bed, diffusissimo, è il nostro letto ad una piazza e mezzo, mentre il nostro matrimoniale è una via di mezzo fra il king size e il super king size.

It’s zone one, baby!

domenica 17 febbraio 2008

Ci sono tre differenti partizioni geografiche in uso correntemente a Londra.

La prima è quella in boroughs, che potremmo tradurre con quartieri o meglio con circoscrizioni visto che sono piuttosto grossi e hanno una loro autonomia amministrativa. Io ad esempio sto in Camden, al confine con Islington, mentre la gran parte di quello che viene considerato centro è in Westminster.

Ci sono poi i codici postali. Sono composti da due parti. La prima è il postal district, identificato dall’iniziale di un punto cardinale seguita da un numero — io ad esempio abito in N1. Questa parte è comoda perché ti dà a botta un’idea di dove si trovi un posto. Insomma, se un cinema è in SW11 so già che è lontano, senza neanche stare a cercarlo sulla cartina.

La seconda parte del codice, invece, è una sigla alfanumerica di tre lettere che individua i luoghi con una precisione sconcertante. Per dire, se cercate WC1E 6BT su Google Maps vi trovate la freccia puntata proprio sopra la UCL.

Infine, c’è la divisione in zone tariffarie dei trasporti pubblici. Si tratta di nove zone concentriche, sempre più grosse man mano che ci si allontana dal centro. La zona è un’informazione molto preziosa quando si cerca casa: i costi e i tempi per raggiungere la zona 1 cambiano non poco se si è in zona 2 o 3, e le zone dalla 4 in poi, per dire, le avevo escluse a priori.

D’altrocanto, più ci si avvicina alla zona 1, più crescono i costi, e non solo d’affitto.

A questo proposito, la prima volta che sono andato al supermercato vicino casa, per un attimo mi sono chiesto se mi ricordavo bene il cambio euro/sterlina. Tutto mi sembrava caro in maniera allucinante.

Mi sono sentito meno solo quando una signora vagamente somigliante a Oprah Winfrey, perplessa di fronte al settore dentifrici, ferma con gesto mellifluo un inserviente e gli chiede: “Senta, giovanotto, ma non c’è un dentifricio a basso costo qui?”

Il tizio, spiazzato dalla domanda, mormora qualcosa del tipo “signora, questo è tutto quello che abbiamo”. Ma lei insiste: “Hm, ma questa catena non dice sempre di avere i prezzi più bassi? E ora che ci penso, al di là del dentifricio: com’è che è tutto così caro qui?”

Al che l’inserviente sospira, allarga le braccia e sentenzia: “It’s zone one, lady!”

Cercare casa a Londra / 1

sabato 2 febbraio 2008

Che ci fanno un italiano, un gallese e un giapponese vicino King’s Cross? Sembra l’inizio di una barzelletta, invece è il (lieto? momentaneo?) finale di una piccola tragicommedia: la ricerca di una sistemazione in quel di Londra.

Quando avevo fatto la tesi a Cambridge, mi avevano dato loro la stanza, e solo adesso mi rendo conto di quale enorme sbattimento mi avessero risparmiato.

Innanzitutto: in linea di massima, le università si prendono cura della questione alloggi per i loro studenti soltanto durante il primo anno; poi, a quanto ho capito, sei gentilmente pregato di sloggiare — anche se, a quel punto, conosci abbastanza la città per saperti muovere con ostentata sicumera. Figuriamoci però se l’Accomodation Office avrebbe dato adenzia a questo pivello postgraduate che gli piombava lì ad anno accademico abbondantemente iniziato. Non ci ho manco provato.

È iniziata quindi l’ossessiva frequentazione di siti come Gumtree o Moveflat, vagliando decine e decine di annunci, pubblicando i miei, passando metà del tempo con Google Maps aperto da una parte, il Journey Planner dall’altra, a calcolare distanze, tempi di percorrenza, conversioni da prezzi settimanali (qui si usa così) a mensili, a decifrare lo slang da annunci (f/f? m/w? w/m?) e via dicendo.

Fortunatamente lo stato inglese, quando c’è da pubblicare guide e istruzioni user–friendly sul web, non si tira mai indietro. Siti come housing.london.ac.uk e soprattutto la guida specifica per studenti studenthousing.lon.ac.uk mi hanno subito fatto capire che a) non potevo muovermi troppo in anticipo, b) dovevo essere presente sul luogo, e c) che dovevo stare attento a truffe, comportamenti illegali, coinquilini inaffidabili, zone belle di giorno e pericolose di notte, e chi più ne ha, più ne metta.

A metà gennaio mi sono quindi ritrovato come un totem di ebetismo nel bel mezzo di Londra, armato di annunci e numeri di telefono. Ho chiamato a destra e a manca, e ho visto case che voi italiani non potete neanche immaginare: cucine da combattimento incrostate al largo di Stepney Green, moquette radioattive balenare nel buio vicino alla stazione di Shadwell.

In quei momenti la mia incrollabile fiducia nel futuro ha avuto un leggero mancamento.

(continua)