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Edilizia veloce, pure troppo

venerdì 13 giugno 2008

Ricordo che quando sono stato a Cambridge, per curiosità avevo cercato l’edificio di Computer Science su Google Earth, trovando soltanto del terreno brullo. (Ora non più). Sì: le mappe erano vecchie di un paio d’anni, ma questo significava che un intero edificio era stato tirato su dal nulla ed era pienamente funzionante in un tempo inconcepibilmente breve per un italiano.

Qualcosa di simile si può dire per l’Engineering Building dove lavoro adesso a Londra. È un palazzo nuovo di zecca, ci si sono trasferiti nel 2005.

Qui però finisce la favola e inizia quella che per me è una barzelletta e pure già sentita, ma per altri è un vero incubo.

Pare infatti che il design originale fosse molto arioso e soleggiato, con tanto di cavità centrale per dare maggiore luce agli uffici. Ma quando il progetto era in fase già avanzata, si sono accorti che non c’era abbastanza spazio per tutti gli uffici e le aule.

Come questo sia possibile non ne ho idea. L’unica spiegazione razionale che mi viene in mente è che siano venuti a mancare i fondi per fare altri edifici, con conseguente gioco del 15 che ha portato a sballare le previsioni iniziali di quanta gente dovesse stare in quali palazzi.

Fatto sta che ora gli atrii di fronte agli ascensori hanno questa vista qui:

Atrio ascensori

Le scale di emergenza hanno questa vista qui:

Vista

e fuggire dagli edifici in fiamme non è mai stato così stylish:

Scale di emergenza

Invece ci sono interi uffici e stanze enormi senza finestre, piene di ricercatori ormai privi di vitamina D. Il mio prof stesso ha sì una finestra ma che dà sul palazzo accanto, a un metro di distanza; a volte può girarsi e assistere a qualche lezione di statistica comodamente seduto nel suo ufficio.

A me, devo dire, non è andata malaccio. Però sono solidale con gli altri: è vero che siamo informatici, ma un po’ di luce non andrebbe negata a nessuno.

(Sui bug che affliggono il sistema di ascensori mi riservo di intrattenervi in un post a parte.)

Fiat lux

venerdì 7 marzo 2008

A giudicare dal blog la mia vita londinese sembra molto più eccitante di quanto non sia in realtà. Per lo più, passo la maggior parte del mio tempo chiuso nel nuovo edificio di Computer Science della UCL.

Malet Place Engineering Building

A proposito. Scampandomi gli affolati trasporti mattutini, sono spesso il primo ad arrivare nel mio ufficio, che condivido con un’altra mezza dozzina di persone. Trovo la porta chiusa a chiave, e le luci spente. Ora, della porta ho la chiave, ma per quanto riguarda le luci… non c’è l’interruttore. Semplicemente entro, e dopo un po’ si accendono da sole.

Research office

Non capisco in base a che criterio si accendano o si spengano… sarà un rilevatore di movimento? Ma una volta seduto non è che mi muovo tanto, si dovrebbero spegnere nuovamente.

A dire il vero una volta che sono rimasto solo particolarmente a lungo, si sono spente di nuovo. E ora mi sorge un dubbio…

Sarà mica un rilevatore di attività cerebrale?

Il mistero dell’ex-incompreso

sabato 9 febbraio 2008

Stavolta mi ero preparato psicologicamente. La volta scorsa, invece, quando ero stato a Cambridge per la tesi, ci ero rimasto male. Infatti, almeno i primi tempi, mi capitava spesso di non venire capito quando parlavo. L’occhio sgranato, l’orecchio teso, l’espressione perplessa: “ma come parla questo qui?” sembravano chiedersi tutti. Francamente, non pensavo di essere messo così male con l’inglese. Poi, col tempo, le cose erano andate migliorando.

Ora invece è già un po’ che sto qui, e ci sto facendo caso: mai nessuno mi ha chiesto di ripetere una frase. Mi capiscono tutti a prima botta. So che non dipende da me, perché a volte mi rendo conto io stesso di pronunciare particolarmente male qualche parola, o di sbagliare qualche frase.

E dunque, signori miei, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio mistero.

Ma l’arcano, a ben pensare, è prontamente svelato. La mattina mi sveglio e in casa mi ritrovo, come ormai saprete, un gallese e un giapponese; la padrona di casa è russa; all’università, il mio professore è tedesco e fra i suoi studenti ci sono un coreano e un indiano, per non parlare di tutte le altre persone che bazzicano da quelle parti; gli autisti degli autobus sono di origini nordafricane; i minimarket sono gestiti in genere da pachistani o mediorientali; i ristoranti, se togliamo i pub, sono quasi tutti etnici, e se ci spostiamo sulle catene, sarei proprio curioso di sapere quando è stata l’ultima volta che un inglese ha lavorato da McDonald’s o da Starbucks; al supermercato, chi più ha etnie, più ne metta; e via dicendo.

Insomma, chi vive a Londra si abitua presto a sentire quotidianamente una pletora di accenti molto diversi, per cui il sottoscritto passa tranquillamente inosservato.