Come ti giri e come ti volti
domenica 7 marzo 2010
La smaterializzazione della high street inglese
giovedì 4 marzo 2010
A volte qualcuno dall’Italia mi chiede se e quanto si senta la crisi economica da queste parti. Nel complesso direi che nella vita di tutti i giorni, ora come ora, non si avverte molto; poi certo, se uno vuole andarsi a cercare i segnali non deve faticare per trovarli. Ad esempio la stagione dei saldi è durata tantissimo, con i negozi erano stracolmi sia di gente che di merce invenduta.
Più drammatiche, però, si stanno rivelando le chiusure di molte catene che facevano ormai parte del panorama della high street inglese, come già avevo accennato. L’anno scorso era stata la volta di Woolworths, una sorta di Upim d’oltremanica, scomparsa di schianto portandosi dietro quasi mille punti vendita (e decine di migliaia di dipendenti). È di poche settimane fa, invece, la dipartita della catena di librerie Borders.
A Borders ero particolarmente affezionato perché quando ero stato a Cambridge per la tesi era in pratica l’unico negozio che restava aperto dopo le cinque, concedendomi un po’ di rifugio alla fine delle giornate passate in laboratorio. Col tempo però era degenerata e non sapeva più di niente, era diventata la tipica libreria tamarra che non ha un minimo criterio nella presentazione e fa solo sconti a casaccio.
Anche la catena di articoli sportivi Sports World, che sicuramente avrà presente chiunque si sia fatto una girata per Oxford Street, sembra che stia per chiudere.
Dico sembra perché a dire il vero sono svariati mesi che si presenta con quest’aria di smobilitazione, ma alla fine è sempre lì.
Tutte queste chiusure però hanno in comune un interessante tratto: i relativi marchi sopravvivono online. Forse quella che stiamo vedendo all’opera in questi anni nelle vie commerciali non è soltanto la crisi ma anche la definitiva maturazione del commercio online. Non a caso, mentre i negozi stringevano i denti per reggere l’urto di un Natale a cinghia tirata, Amazon si godeva beatamente un successo senza precedenti.
Io personalmente faccio la maggior parte degli acquisti non alimentari su internet da svariati anni ormai e mi sono sempre trovato benissimo. Non credo che torneremo indietro — specie nei paesi in cui le spedizioni funzionano. Spiace solo che in centro resteranno, a Londra come a Pisa, soltanto negozi di vestiti.
Manchester in nove foto poco rappresentative
venerdì 26 febbraio 2010
Frammenti pseudocasuali di un weekend al di fuori dei confini londinesi, a trovare in extremis l’ormai ex-collega Peppuzzinellicchio in procinto di rientrare nello Stivale dopo sei mesi vessuti pericolosamente in quel di Manchester.
- The Manchester Eye
- Vista
- The Printworks
- Abraham Lincoln
- Beetham Unstable Tower
- Pandora
- Treno a vapore
- Ninja Moves
- Steampunk Monument
Lo stakeholder della palestra sotto casa
giovedì 18 febbraio 2010
“E c’è anche la palestra sotto casa!” avevamo detto all’unisono al momento di elencare tutti i vantaggi della nuova abitazione — glissando ovviamente sul fatto che a noi, le palestre, non ci sono mai andate tanto a genio.
Il nuovo anno, però, insieme alla minaccia dei trent’anni e all’eredità della panza da cenone, ha portato un’improvvisa curiosità di andare a dare un’occhiata.
A dire il vero non avevamo grandi aspettative, forse per via del fatto che l’ingresso ha un’apparenza un po’ dimessa. Invece saliamo le scale e… basiti, ci rendiamo conto che quell’orrenda specie di hangar sormontata da condizionatori, di cui abbiamo delle diapositive qui e qui, è interamente occupata dalla palestra stessa. Addirittura contiene una piscina coperta! Sale, macchinari, corsi offerti, anche il bar: tutto sembra iper-professionale. Cominciamo a prendere sul serio l’ipotesi di frequentarla.
Ma il rovescio della medaglia si presenta immediatamente sotto forma di junior manager che, dotato di brava cartellina, comincia a interrogarci sugli obiettivi che ci siamo prefissati e sui risultati che vogliamo ottenere. Ci presenta un prospetto con vari profili di frequentatori: hanno nomi come performance, sono molto result oriented — e in generale si insiste molto sul discorso della perdita di peso. Una timida iconcina con un cuore, affiancata dalla parola health, ha tutta l’aria di sentirsi molto sola.
Cavoli, non ho voluto fare il consulente per non avere a che fare continuamente con questo linguaggio corporate che sopporto a fatica… ma niente: i target e le review (la palestra fa anche quelle periodicamente) mi inseguono; mancano la quality e il value e poi siamo tutti.
Come se non bastasse attuano pure una sales strategy parecchio aggressiva. Non contenti di chiedere un’iscrizione annuale, mettono fretta usando l’arma di fantomatiche promozioni con scadenza imminente, e arrivano anche a chiamarmi al telefono più volte.
Vorrei potervi dire che non mi sono arreso ma la verità è che il fisico minato da anni passati seduto alla scrivania me l’ha chiesto come favore. E quindi ora, da un paio di settimane — ci credereste? — sveglia presto e palestra mattutina. Non lo dico per vantarmi bensì come strumento motivazionale: allargo la platea con cui fare la figura di merda quando, fra pochi giorni, mi comincerà a calare bruscamente la voglia di andarci!
Corso di disegno / 1
giovedì 11 febbraio 2010
La prenderò alla lontana.
Tanti anni fa, io e l’amico G.S. decidemmo di seguire un corso di fumetto. Il corso era chiaramente amatoriale, tant’è che si teneva presso un centro di discipline olistiche. Sulla competenza dell’insegnante poteva essere legittimo nutrire dei dubbi, specie quando la direttrice ci disse che era suo fratello. Dico la verità: mi immaginai che di lì a poco avremmo visto entrare un adolescente brufoloso con la maglietta dell’Uomo Ragno e tonnellate di fanzine che spuntavano da uno zaino Invicta.
E quanto mi sbagliavo. Ad entrare, infatti, fu nientemeno che GiPi! Allora era ancora sconosciuto ai più, ma di lì a poco sarebbe diventato una star internazionale del fumetto.
◊ ♦ ◊
Il povero GiPi, per quanto persona umilissima e alla mano, si rese però subito conto del materiale umano che aveva a disposizione — pertanto l’attenzione del corso si spostò molto velocemente dal fumetto al disegno tout court.
Fu in quella occasione che venni a conoscenza del libro “Disegnare con la parte destra del cervello”. L’autrice, tale Betty Edwards, dopo una lunga esperienza di insegnamento, si rese conto del fatto che la gente in genere disegna male non tanto per mancanza di talento o di mano, ma perché si lascia guidare dalla propria parte analitica.
Nel disegno dal vivo, per dire, ci viene spontaneo scomporre l’immagine semanticamente: quella è una casa, quella è una persona, quello è un albero. La mano, quindi, non riceve più l’istruzione “disegna le forme che stai vedendo”, ma “disegna un albero, poi disegna una casa”, e si lascia fatalmente condizionare dalla nostra visione stereotipata ed idealizzata degli oggetti in questione.
Per farla breve, mi era sempre rimasta la curiosità di leggere questo famoso libro e finalmente qualche settimana fa mi sono tolto lo sfizio e me lo sono comprato. Ecco l’autoritratto allo specchio che ho fatto come primo esercizio:
A dire il vero era richiesto anche un ritratto da fare a memoria ma lì il risultato è stato ben peggiore, per cui ve lo risparmio. La povera Elisa non ne usciva bene… ma spero di potermi rifare più avanti, il libro l’ho appena cominciato!
(continua… prima o poi)












