I say hello…

domenica 3 agosto 2008

… and you say goodbye!

Leaving London

Il sabato della metropoli

sabato 2 agosto 2008

Il sabato sera è il momento più darwiniano della settimana. In certi frangenti basta guardare la gente che parte spontaneamente il commento di Quark in sottofondo.

Nella riserva naturale di Londra centro, tanto per dire, il sabato sera si svolge nel seguente modo. Le ragazze, indipendentemente dalla stagione, si vestono con abiti da sera minuscoli e tiratissimi, stile capodanno, oppure con vestitini pastello svolazzanti, scollati e comunque molto corti. Non sono ammesse altre fogge.

Escono in mandrie di cinque o sei esemplari, tutte barcollanti insieme, vuoi per l’alcool, vuoi perché proprio non sanno camminare coi tacchi a spillo. A dire il vero non è raro vederle scalze con le scarpe in mano, specie quando l’ora si fa tarda — così com’è facile vederle tranquillamente sedute in cerchio chiappe a terra, come bambini su un prato. Un prato un po’ sporchino però.

Spesso questi gruppi si muovono insieme con grande nonché insistito schiamazzo e, se l’occasione è speciale, con qualche segno distintivo ben esibito come: orecchie da coniglietta, sciarpe di piume rosa, ali da farfalla o da fatina, diademi e così via. Così tutti devono girarsi a chiedersi: sarà un diciottesimo? Sarà un addio al celibato?

Tendenzialmente non si mangia molto prima di andare nei club — semmai si beve. Quando si esce, però, c’è quel languorino che va proprio saziato. E cosa c’è di meglio per rifocillarsi se non un bel hot dog strafarcito di cipolla, che aromatizza l’alito e sul vestito da sera sta proprio bene?

In compenso il truzzo cockney maschio non è tanto appariscente: in linea di massima con un paio di jeans e una camicia aderente si considera a posto. Se proprio vuole fare il figo, va a sfoggiare la sua macchina in zona Piccadilly: e infatti se volete rifarvi gli occhi di Ferrari e Lamborghini il sabato sera a Regent Street è meglio del Motor Show.

Aggiungere anche l’intenso traffico di limousine in affitto, molto gettonate dai gruppi di giovanissime, che si divertono a salutare dai finestrini. I più grandi invece arrivano ad affittare interi autobus a due piani, per fare party ambulanti.

Perché si sa: il punto non è divertirsi, ma far pensare agli altri che lo stai facendo!

È ora di andarsene

giovedì 31 luglio 2008

Tired of England

Capisci che è ora di andartene quando:

  • la tua tessera scade e non puoi più entrare nel tuo ufficio
  • si fulmina la luce del bagno — e il bagno è senza finestre
  • la Ryanair, che già non ti offriva più la priorità di imbarco col check in online, presenta un bilancio disastroso e probabilmente taglierà molti voli
  • nello stesso giorno finisci i soldi sia sulla Oyster che sul cellulare (si vabbè, li posso ricaricare, però insomma…)
  • i soldi sono comunque agli sgoccioli
  • alla parola “hamburger” il tuo fegato reagisce con un gemito carico di sofferenza, mentre alla frase “birra a stomaco vuoto” si gira indispettito dall’altra parte
  • il futuro inquilino che prenderà il tuo posto ti telefona quotidianamente chiedendo con fare accusatorio quando te ne vai di preciso

Ehi, ehi! Tranquilli! Me ne vado, me ne vado… datemi solo un altro paio di giorni!

Bailando la salsa: il passo avanti

mercoledì 30 luglio 2008

Ecco, fra le cose che non avrei mai pensato di fare in questi sei mesi, c’era quella di partecipare ad una lezione di salsa.

In un pub.

Dentro un mercato, fra l’altro.

Chiuso, per giunta.

Ok, la faccenda acquista un pizzico di senso in più se specifico che il mercato era il Camden Lock, e che detto Lock ospita nel suo bel mezzo questo locale cubano (The Cuban, per l’appunto) che resta aperto anche quando le bancarelle e le botteghe più amate dai fricchettoni (nonché da me) hanno già chiuso.

The Cuban

Il giovedì, poi, a quanto pare, è serata di salsa. Quando sono arrivato il locale sembrava ancora un normale pub, tant’è che ho pensato di aver sbagliato posto. Poi, all’improvviso, il volume della musica si è alzato, tutti si sono allineati e io, col bicchiere di birra ancora in mano, mi sono trovato in mezzo a svariate file di persone che cercavano di seguire un istruttore assolutamente invisibile, lontano diversi strati di folla.

Questo attimo di pura follia si è poi un po’ stemperato quando la gente è stata divisa in tre cerchi: principiante, intermedio e avanzato. L’istruttore, dall’aspetto più sudatizzo che latino, era simpatico ma viaggiava abbastanza; alla fine, per stare sempre a guardarlo, ho rimediato più un discreto torcicollo che una conoscenza dei rudimenti della salsa.

Nonostante i miei sforzi, però, non sono riuscito a diventare lo zimbello dell’intero locale, ma solo del mio gruppo di amici: il che è già un passo avanti.

Il mondo è fatto ad ascensori

mercoledì 30 luglio 2008

E, com’è noto, c’è chi scende e c’è chi sale.

The shaft

Ma, attenzione, non al primo piano!

Spiegazione: le aule e i laboratori si trovano al primo piano, mentre gli uffici di professori e ricercatori si trovano nei piani superiori — quinto e sesto nel caso di informatica.

Già l’avete capito: in periodo di lezioni, l’ascensore era sempre occupato da studenti che facevano su e giù dal primo piano per evitarsi un’unica rampa di scale, impedendo al resto del personale di raggiungere il proprio ufficio o lasciando loro la sola prospettiva di farsi sei piani a piedi.

Soluzione: al primo piano ci vai solo se hai la carta autorizzata, bello!

◊ ◊ ◊

Anche se, vi dico la verità, la mia prima reazione a questa notizia era stata: sei piani di scale, e che saranno mai!

Quando poi ho visto che a vedere il numero sei ci arrivavo lingua a terra, ansimante, col giramento di testa e le gambe tremule, mi sono detto: ok, ora tu queste scale te le farai almeno una volta al giorno.

Scale di emergenza

E così è stato. Ora dopo questo strenuo allenamento arrivo su noncurante della calura e dell’effetto serra — anche se un po’ sudaticcio.

◊ ◊ ◊

Tornando agli ascensori, invece, devo dire che la loro inaffidabilità getta un po’ di ironico discredito sull’informatica stessa, le cui migliori menti essi dovrebbero trasportare quotidianamente.

A volte, per dire, l’ascensore si confonde e dice, a voce, un piano diverso da quello a cui è arrivato. E fin qui pazienza.

Altra cosa carina è che a volte i tasti danno feedback acustico senza che la loro pressione abbia sortito alcun effetto. Ne premi uno, senti il bip… ma l’ascensore resta fermo finché non lo premi di nuovo, un po’ più a fondo.

Pulsantiera

La cosa migliore è quando le porte non si chiudono del tutto, lasciando un paio di centimetri di spiraglio. Un cicalino fastidiosissimo comincia a suonare all’impazzata, al che persone generalmente composte sfoderano un’insospettata forza erculea e provano, fra atroci sforzi, a chiuderle a mano. Spassosissimo.

Mi sembra quasi di vederlo, il povero stagista al secondo anno di università, che nel giro di due mesi viene messo a programmare la centralina dell’ascensore, senza alcun tipo di istruzione formale a monte (”troverai tutto quello che ti serve su Google!”) e senza uno straccio di controllo di qualità a valle (”bah, sembra funzionare, ora installiamolo su tutti i nuovi modelli!”)…

Bip!