Archivio di Aprile 2008
Vari tipi di normalità
domenica 27 aprile 2008“Gentile redazione di Salute Mentale,
sono un giovane gallese che da poco più di un anno e mezzo vive la stressante realtà della grande metropoli. Per strada, al lavoro, sui mezzi di trasporto — incontro in continuazione gente stramba, dai comportamenti bizzarri o incomprensibili.
Sto imparando dunque ad accettare la varietà della psiche umana, e pian piano sto accettando che ci sono vari tipi di normalità.
Tuttavia, da qualche mese, ho un nuovo coinquilino italiano che mi turba. Sulle prime mi sembrava una persona a posto ed ero contento di non trovarmi in casa uno svitato qualunque. Poi però ha cominciato ad assumere dei comportamenti dai risvolti un po’ inquietanti.
Innanzitutto, se è vero che in generale è una persona silenziosa, a volte gli pigliano i cinque minuti. Quando è in bagno, lo sentiamo spesso cantare in falsetto canzoni incomprensibili. Mi è parso di riconoscere brandelli di canzoni dei Dream Theater in tutto quel farneticare strascicato, ma è impossibile da dire con certezza: di qualunque pezzo si tratti, ne esce comunque martoriato.
La sera, invece, quando è in camera sua, all’improvviso lo sentiamo imprecare e a volte tirare i pugni sul tavolo. Non vorrei trarre conclusioni affrettate ma, visto che non c’è nessuno con lui, sembra avercela — il cielo ci aiuti — col computer.
Le volte che ho più paura, però, sono senz’altro quando gli salta la connessione wireless. Esce come una furia dalla sua stanza, con gli occhi iniettati di sangue, i denti digrignati, i pugni stretti e bianchi, sibilando delle litanie che suonano come antiche maledizioni assiro-babilonesi. Lo vedo valutare con un guizzo di lucida follia la possibilità di distruggere violentemente l’access point, e trattenersi a stento; poi se ne torna nella sua tana, come una belva che decide di rimandare una sanguinosa strage.
Il punto è, gentile redazione, che ho paura. Si leggono tutte quelle cose sui giornali. Secondo voi, alla luce di quanto vi ho raccontato, questa persona ha le rotelle a posto?”
L’oasi temporale di Paul Rothe
giovedì 24 aprile 2008Quel sabato ero uscito di casa pregustandomi lunghe passeggiate esplorative, approfittando dell’incombenza di dover andare a pagare l’affitto. Prima di uscire mi ero anche studiato bene la Timeout Cheap Eats Guide per non farmi trovare impreparato di fronte ai morsi della fame.
Purtroppo però mi trovai impreparato di fronte ai morsi del freddo. Un inatteso vento forte e gelido si era levato col chiaro intento di farmi tornare a casa a suon di raffiche. Strada facendo, però, mi ero ricordato di essere vicino ad un posto di cui la guida parlava bene dicendo fra l’altro che preparava pasti veloci ma caldi: proprio quello che ci voleva.
Non sapevo, però, che la tavola calda di Paul Rothe & Son era il risultato di una profonda anomalia spazio-temporale.
L’insegna dipinta a mano, che fieramente vanta una gestione lunga quattro generazioni; la deliziosa pacatezza della dicitura “English & Foreign Provisions”; la freccia artigianale che indica la presenza di “HOT SOUP”; il richiamo alle “over 14 varieties of tea”; le pile e pile di marmellate e confetture che quasi rendono impossibile vedere dentro… tutto questo già buttava decisamente bene.
L’interno, poi, non deludeva certo le aspettative. Il locale, piuttosto piccolo, per due lati aveva le pareti interamente ricoperte da barattoli di miele e marmellata. Da un’altra parte, c’era un grande bancone da alimentari, con formaggi, salumi e verdure. Alle spalle del bancone, un’interminabile menù scritto fitto fitto a mano con sapiente alternanza di pennarello rosso e nero, indicava tutti i possibili pasti ordinabili. Il vero capolavoro erano però le file di tavolini di formica, con tanto di seggiolini a scomparsa di pelle imbottita bordeaux, che fanno tanto barbiere di una volta.
Il tocco finale lo davano le persone. Paul Rothe — o uno dei suoi discendenti — stava dietro al bancone in camice bianco, e sarebbe stato perfetto nel ruolo di suddetto barbiere. Da subito mi era parsa una di quelle persone istintivamente simpatiche che, messe dietro un bancone, ti fanno venire voglia di assaggiare tutto quanto. Il figlio, ovvero Paul Rothe Next Generation, aveva maggiormente l’aspetto di un uomo contemporaneo, però sembrava comunque perfettamente a suo agio in questo posto cristallizzatosi in un momento imprecisato del novecento.
Un signore molto somigliante al nonno di Elisa era seduto ad uno dei tavoli a mangiare con una calma che sarebbe stata inimmaginabile fuori dal locale. Anche questo mi ha fatto simpatia. Altri viaggiatori del tempo parlottavano a bassa voce qua e là.
Io, un po’ spaesato, mi sono lasciato facilmente tentare dalla specialità della casa, quel lamb broth di cui vanno palesemente fieri. Poi però non ho resistito e mi sono fatto fare anche un panino dalle sapienti mani del signor Rothe.
Seduto sul mio seggiolino vintage, col piatto e il bicchiere poggiati direttamente sul ripiano di formica, cercavo di mangiare molto lentamente, per rimandare un altro po’ il ritorno al duemila.
Il lavoro degli incubi
domenica 20 aprile 2008Prendiamola a ridere
giovedì 17 aprile 2008La stand-up comedy mi ha sempre incuriosito e affascinato. Per certi versi è l’essenza dell’intrattenimento: una persona, da sola, armata soltanto di voce, mimica e gestualità, deve far ridere un pubblico con cui è a stretto contatto e che non gli perdonerà fallimenti.
Non sono un esperto ma, a differenza che da noi, questa tradizione mi sembra molto importante nei paesi anglosassoni. Tanti attori e autori famosi, come Woody Allen, Steve Martin o Billy Crystal, si sono fatti le ossa da stand-up comedians.
Da noi, direi, si tende maggiormente allo sketch, cioè ad una riduzione del concetto di commedia vero e proprio, spesso con una spalla al fianco, con costumi e scenografie. Anche Zelig, che pure è uno spin-off di un vero comedy club, presenta per lo più un cabaret dove anche i comici singoli tendono a interpretare veri e propri personaggi — per non parlare del concetto di tormentone che ovviamente ha senso solo in televisione e non in un vero locale dove difficilmente rivedi lo stesso comico nell’arco di poco tempo.
Comunque: nell’ambito del weekend italo-gallese, Jon mi ha portato al comedy club Up The Creek, a Greenwitch. La domenica sera c’è il Sunday Special, cioè una serata che è un po’ come l’uovo di Pasqua: spendi poco (5£) e sai che avrai quattro comici di cui almeno due piuttosto famosi ma in pratica non sai chi.
La prima volta Jon aveva avuto la soffiata che ci sarebbe stato Stephen Merchant. Onestamente non sapevo chi fosse, ma a giudicare dalla lista di premi che ha vinto è davvero un pezzo grosso. Ma anche gli altri non erano affatto male.
Arnab Chanda, mio coetaneo, mi ha fatto riflettere su quanto possono differire i percorsi di due persone. Ho poi letto sul suo sito alcuni suoi pensieri sulla vita da stand up: puoi svegliarti tardi tutti i giorni, ma alla centesima volta che dici la stessa battuta ti viene da vomitare. Ogni lavoro ha le sue parti noiose da mandare giù.
Tony Law invece, col suo umorismo surreale — parte del numero spiegava come mettere su un combattimento fra uno squalo ed un orso — mi ha fatto invece pensare al fatto che le vie della risata sono, se non infinite, quantomeno molto imprevedibili.
In generale — e qui potrei tirare in ballo Andy Zaltzman e Nick Doody, che ho visto la volta successiva — mi sono sentito rinvigorito da numeri che non hanno paura di tirare in ballo attualità, politica e religione senza l’oppressione del politically correct. Anzi mi rendo conto che è il pubblico, me compreso, a non essere abituato, e ride con una punta di riserva.
Inoltre sono rimasto colpito anche dal fatto che quasi tutti i comici puntano su una risata piuttosto intelligente, laddove mi aspettavo più che altro aneddotica e battute a sfondo sessuale, più facili.
Interessante notare come l’età media del pubblico sia sul 20 basso, immagino attratta dal prezzo stracciato. Un’atmosfera molto gradevole. Fra un numero e l’altro, la gente va a farsi una pinta di birra al bar, e poi si ricomincia.



