Taxi blues

Cambridge, 2005, giorno imprecisato di Marzo, ore 02:59. Nel buio della deserta JJ Thomson Avenue un ragazzo italiano aspetta preoccupato con una valigia accanto. Ha prenotato il taxi il giorno prima. Ora però, nel silenzio della notte, è assalito dai dubbi. Se il taxi non dovesse arrivare bisognerebbe raggiungere la stazione dei pullman a piedi, ma il sentiero che taglia verso il centro non è illuminato, mentre passare da Madingley Road vorrebbe dire allungare troppo. Chiaramente si è lasciato dei margini, sia per andare a prendere il pullman, sia per proseguire da lì all’aeroporto. All’improvviso però questo margine sembra molto esiguo.

Ore 3:00. Il rumore di una macchina che sfreccia in lontananza turba la quiete della notte; il ragazzo si gira e vede l’auto venirgli incontro sgommando. Panther Taxis, con la sua flotta di 450 veicoli e il call center ultra-efficiente, è stata ancora una volta di parola.

Pisa, 2008, giorno imprecisato di Giugno, ore 06:15. Lo stesso ragazzo, con le valigie preparate la sera avanti, chiama il servizio radio taxi. Non ha potuto chiamarlo il giorno prima perché il concetto di prenotazione genera scandalo in questa parte di mondo. Il telefono squilla a vuoto. Con piglio ottimista imputa l’inconveniente ad un temporaneo problema di collegamento. Riprova dopo due minuti. Niente. Agguanta qualcosa per fare colazione, finisce di prepararsi, comincia a fare calcoli. Riprova ancora. Inutilmente.

Ore 6:25. Nonostante un cielo minacciosissimo, il ragazzo si avvia a piedi. Fortuna che non vive poi lontanissimo dall’aeroporto. Fortuna che ha un buon passo. Fortuna che la valigia è leggera. Fortuna che la pioggia comincia soltanto quando è già a metà, e non infierisce. Strada facendo, più per curiosità che per altro, il ragazzo continua a chiamare il servizio taxi. Invano. Arriva umidiccio, ma in orario.

Ora.

Non mi piace cadere in facili generalizzazioni, né voglio lasciarmi andare a sterile esterofilia, né è questo il luogo per accusare intere categorie di persone senza conoscere nei dettagli tutte le problematiche coinvolte.

Trovo però che avere un servizio taxi efficiente ed affidabile sia un segno di civiltà. Il taxi è già l’ultima spiaggia — se mi viene a mancare quello, cosa devo fare, fatemi capire? Teletrasportarmi?

6 commenti su “Taxi blues

  1. Chissà se è un parametro dell’unione europea quando stila le classifiche di vivibilità dei paesi membri… potresti suggerirlo!

  2. I taxi pisani sono leggendari per la loro inaffidabilità assoluta. Ovviamente sono inaffidabili non di giorno, quando ci sono in giro gli autobus: ma di notte, quando ne hai veramente bisogno.

    Anche a me in passato è toccata l’emozionante corsa verso l’aeroporto con la valigia a rotelle che sbatacchia sul pavè. Addirittura l’ultima volta non ho nemmeno provato a perdere tempo con il tassì, rassegnato mi sono fatto la mia passeggiatina notturna.

  3. @gigilatrottola: quello che dici è verosimile. Cmq si capisce lontano un miglio chi sei in realtà 😉

    @cristina: dovrei!

    @walter: sì, ma perché entrambi eravamo a walking distance l’abbiamo potuto fare… poi un conto è il bagaglio a mano, un conto il valigione. Infine l’acquazzone torrenziale non si può mai del tutto escludere in quel di Pisa… In ogni caso è così anche a Siena e pure a Roma ho avuto le mie belle disavventure. Me la sento quasi di generalizzare al territorio nazionale, ti dirò!

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