Archivio di luglio 2008

Oggetti smarriti

mercoledì 16 luglio 2008

Mannaggia, ecco dov’erano finiti i miei guantoni da boxe!

Oggetti smarriti

Ogni anno, sui trasporti londinesi, vengono smarriti più di 150 mila oggetti. In gran parte non vengono reclamati.

Take it easy

giovedì 10 luglio 2008

Visita al castello di Windsor, usciamo tardi e affamati, piove a dirotto. Sì, febbraio era meglio di luglio, da questo punto di vista — ma lasciamo perdere.

Nel paesino, turistico ma carino, troviamo questo simpatico posto che sfida le mie precarie conoscenze di statica.

Crooked House

Tuttavia decidiamo di non sfidare la mia precaria fiducia nella statica e, percorrendo quella che si dichiara fieramente “la strada più corta del Regno Unito”, ci infiliamo in un altrettanto simpatico pub.

Si mangia, si beve, si ride. Ad un certo punto la pioggia aumenta e all’improvviso sento uno scroscio alle mie spalle. Pensavo che fosse una diligente grondaia nell’atto di indirizzare un fiotto d’acqua torrenziale in strada. Invece era sì un fiotto, però dentro il locale, fra l’altro infiltrato dal piano di sopra.

Mi precipito ad avvertire i rubicondi baristi che, divertìti, mi degnano a malapena di una risata. Uno, per curiosità, si affaccia dal bancone per vedere la cosa, gustandosela con un bel sorrisone goduto.

Nel frattempo il fiotto irrora violentemente il sedile di pelle, il tavolo, la moquette. Schizzi dappertutto. Un gruppo di avventori seduti in quel preciso punto se ne era andato per caso pochi minuti prima.

Da una parte questo atteggiamento rilassato nei confronti della mala sorte e del danno materiale lo condivido, la vita è breve e non vale la pena farsi venire il sangue acido per così poco. Però ecco, se poi il pub comincia a pendere di trenta gradi verso la strada, io non ci torno, tutto qui!

Eat & Pret

venerdì 4 luglio 2008

Una delle cose che la vita mi ha insegnato è: diffida da religioni, ristoranti e romanzi provvisti di marchio registrato.

È per questo, immagino, che sulle prime guardavo con scetticismo la catena di paninoteche Eat., i cui punti vendita sono pressoché ovunque in UK.

Eat.

Certo, è difficile restare impassibili di fronte alla genialità del branding: già il nome, questo invito perentorio con tanto di punto, non scherza; la dicitura “The Real Food Company”, poi, completa il quadro di autoironica arroganza.

Fortunatamente la vita mi ha insegnato anche a non essere rigido con le mie stesse regole, sennò non avrei letto Harry Potter. Pertanto non ho opposto molta resistenza la volta che il Prof mi ha proposto di fare pranzo là.

Devo dire che sono rimasto molto colpito. Semplicemente vendono sì panini, ma con un’ampia e variegata scelta e si sforzano di farli decentemente salutari: ognuno ha un mix diverso di ingredienti e il suo pane ben preciso, addirittura sfornato in loco — e si sente. Tutti i panini vengono fatti a mano la mattina stessa e quando finiscono finiscono. Ci credo perché la sera tardi se spii dalla vetrina vedi che è arrivato il carico di verdure fresche per il giorno dopo.

In seguito ho scoperto Pret A Manger, che è la catena rivale, e mi sono innamorato ancora di più. A parte che anche qui il franchising raggiunge vette di cura impensabili, con le rifiniture in metallo da tavola calda degli anni ’50 — tanto che ogni volta mi sembra di entrare in un quadro iperrealista.

Pret A Manger

Loro aggiungono poi anche quel tocco che piace tanto alla middle class, come l’attenzione all’ambiente, la beneficenza (i panini avanzati li distribuiscono alle mense dei poveri) e, addirittura, l’attenzione ai lavoratori che, a quanto è fieramente specificato sul materiale promozionale, sono “ben pagati”. Addirittura l’azienda si vanta di non avere ritmi di crescita vertiginosi e di non guadagnare uno stonfo — anche se comunque male non se la passano, visto che dove vai è dove ne trovi uno.