Archivio di settembre 2008

Cellophanista anonimo

venerdì 26 settembre 2008

Mi chiamo Davide V. ed ho un problema.

Ammetterlo è il primo passo per risolverlo.

A dire il vero però oggi va molto meglio. Non molto tempo fa ero ancora fra quelli che conservano la pellicola trasparente sopra lo schermo del cellulare, oltre al fatto che mai l’avrei portato in giro senza una custodia. Poi mi sono fatto violenza, anche grazie al vostro aiuto, e ho smesso.

Oggi guardo quelli che continuano per mesi a coprire la tastiera del portatile nuovo col foglio di plastica che ci trovi sopra quando lo compri, e provo tenerezza: anch’io, un tempo, ero come loro.

I problemi maggiori li ho sempre avuti con la carta. Ho sempre avuto un impulso innato al collezionismo: per me buttare una rivista è sempre stata una sofferenza. Con i periodici l’ho superata abbastanza presto, anche perché le case sono in genere delimitate da muri, il che pone un limite massimo alla quantità di roba che possono contenere. Coi fumetti è stata molto più dura. Senza contare che c’è stato un periodo in cui imbustavo ogni singolo albo che compravo.

Non parliamo dei libri: li adoro quando sono intonsi, freschi di cartiera, con quella costola liscia liscia e le pagine perfettamente compatte. Mi sembra una cosa troppo brutta porre fine a questo stato di perfezione. È per questo che per anni mi sono esposto al pubblico ludibrio sui mezzi di trasporto, fra i passeggeri ogni volta sorpresi di vedermi tirare fuori un libro sempre ben avvolto da una busta di plastica. Che poi a tutt’oggi non capisco cosa ci sia di tanto strano, in quello. Capisco invece che sia piuttosto buffo vedermi leggere a fatica tramite uno spiraglio minuscolo aperto fra le pagine — questo per preservare l’innocenza della succitata costola.

Non si capisce però da chi abbia preso questa mania, visto che i miei genitori sembrano invece provare un piacere sadico nell’avvitare i loro libri dentro la borsa del mare, fra un telo bagnato e una stuoia sabbiosa, fra chiavi, creme aperte e bottiglie dell’acqua fradicie, arrotolati a cono con tanto di orecchia alla pagina per tenere il segno e matitone infilato in mezzo per sicurezza.

La cosa più bella però è quando un oggetto è sufficientemente vecchio e usurato da farmi superare qualsiasi remora. Solo in quel momento mi sembra veramente di averlo. Come la macchina fotografica: il primo anno che ce l’avevo l’avrei lasciata volentieri a casa pur di non esporla a nessun tipo di rischio. Adesso, libera da custodie, fiera dei suoi graffi, la porto in tasca nuda e cruda.

Un post triste per Giorgio Bettinelli

venerdì 19 settembre 2008

Stufo di una vita che comunque, a quanto si ricostruisce qua e là da alcuni sporadici accenni, aveva già avuto i suoi momenti piuttosto inusuali e movimentati, tale Giorgio Bettinelli decide di lasciare tutto: dà in affitto il suo appartamento e con quell’introito mensile va a vivere di rendita in un posto sperduto dell’Indonesia. Non una vita di lusso, beninteso, ma una vita fatta di piaceri semplici, in riva al mare, con nuove amicizie, e via dicendo.

Già questa sarebbe stata una storia affascinante.

Senonché dopo qualche mese, in maniera del tutto fortunosa, gli capita fra le mani una Vespa. Il tempo di farci qualche giretto senza meta e subito la fantasia comincia a galoppare. È un attimo. La sua voglia di fuga dalla quotidianità da statica diventa dinamica. Comincia a immaginarsi un viaggio, lungo, in solitaria, che lo porti, in capo a qualche mese, dall’Italia al Vietnam. Da Roma a Saigon, tutto in Vespa! Torna in Italia, si guarda in giro, cerca sponsor per finanziare l’iniziativa, passa giornate a studiare cartine.

Alla fine parte davvero. Quel primo, pazzesco viaggio lo racconta in In Vespa. Un’esperienza del genere può certamente farti scattare diverse molle dentro, anche — avrei pensato — una sensazione di appagamento. Invece, al contrario, ci prende gusto.

Quelli che descrive in Brum Brum e in Rhapsody in Black sono anni veramente incredibili. Sì, anni — perché dopo il primo ha fatto un altro viaggio, più lungo. Poi un altro, più lungo ancora. Fino a culminare con un vero e proprio giro del mondo, che doveva durare tre anni già solo nei piani iniziali.

Mi sembra quasi di vederlo, molto vividamente, mentre passa le giornate su quello scooter con le ruote minuscole, stracarico di bagagli, a volte in mezzo al nulla. Ovviamente ne passa di cotte e di crude, fra compagni (e soprattutto compagne) di viaggi improvvisati, con cui fare un pezzo di strada insieme e poi dividersi di nuovo, lingue imparate o ricordate, posti inimmaginabili, esperienze sorprendenti — sempre guardati con occhi molto umani, alla ricerca delle persone più che dei luoghi.

Ha rischiato anche molto ovviamente. A volte per cazzate: come quella volta all’arrivo del primo viaggio che si stava per rompere la testa cadendo in bagno, in albergo, o quell’altra che si stava per strozzare con una fetta di prosciutto. Altre volte la faccenda era più grave: come quando stava per morire di malaria, e raggiunse l’ospedale in extremis dopo aver guidato un giorno mezzo delirante, più di là che di qua; e soprattutto come quella volta che è stato rapito da guerriglieri congolesi.

Ogni tanto ci pensavo e mi veniva il terrore che, continuando a viaggiare, alla fine me lo sarei ritrovato in un trafiletto di giornale: “viaggiatore italiano muore stupidamente in culo al mondo”. Il lettore distratto, voltando pagina, avrebbe pensato: beh, se l’è cercata, ignorando del tutto l’incredibile esperienza umana che quella persona si sarebbe portata con sé.

Non è andata così, invece. Bettinelli è morto questa settimana all’improvviso, mentre era a casa in Cina, dove abitava da qualche tempo. Aveva da poco pubblicato l’ultimo libro, La Cina in Vespa, che devo ancora leggere. Pare che sia stata un’infezione, non so. Mi dispiace davvero moltissimo.

Un pensiero mi rincuora un po’. Credo che Bettinelli sia una delle pochissime persone che mi vengano in mente che, se avesse saputo in anticipo la data della propria morte, non avrebbe cambiato una virgola della propria vita.

Spigolature nuziali

venerdì 12 settembre 2008

Un tempo, al termine di sei ore abbondanti di pranzo di matrimonio, ero capace di avere ancora fame. Oggi, invece, arrivare in fondo è un traguardo che riesco a raggiungere soltanto con una buona dose di pianificazione: moderarsi con gli antipasti, non fare il bis, resistere alla tentazione di bere litri d’acqua. Il tutto mentre lotto faticosamente contro l’abbiocco.

Quand’è che il mio metabolismo è invecchiato di botto di cinquant’anni?

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Ai matrimoni scopro sempre con un misto di stupore e piacere che il clacson della mia macchina funziona ancora.

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È noto che i matrimoni sono, secondo l’usanza, una delle occasioni in cui ci si veste più eleganti. Ma a beneficio di chi?

Me lo chiedo perché spesso, dopo la cerimonia, nonostante la prospettiva di passare ancora diverse ore in compagnia delle stesse persone, se non di più, si assiste ad un improvviso sbracamento generale: le donne si tolgono le scarpe coi tacchi alti e cominciano ad andare in giro scalze o con delle specie di pianelle che si sono portate dietro; gli uomini si tolgono giacche, si allentano cravatte, si arrotolano le maniche di camicia.

Eppure, a ben pensare, non siamo gli stessi di prima? Perché cercare di fare colpo sugli altri solo per un’ora? Forse col tempo abbiamo semplicemente introiettato il fatto che la prima impressione è quella che conta.

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A quanto sento raccontare ultimamente, gli “amici” degli sposi si sentono in dovere di preparare dei simpaticissimi scherzi ai neo-coniugi. Fra i più gettonati abbiamo: riempire la casa di bicchieri pieni, di acqua o anche, ho sentito, di sugo di pomodoro; riempire le stanze di palloncini, possibilmente ripieni di coriandoli; sporcare tutti i piatti del servizio nuovo con la marmellata; nascondere ovunque sveglie impostate a diverse ore della notte; sabotare l’automobile.

La natura sicuramente condivisibile di questi sforzi, peraltro anche piuttosto impegnativi da mettere in atto, me ne suggerisce di nuovi, di sicuro effetto: sfondare vetri e finestre con sassi e altri oggetti contundenti; schizzare di inchiostro le tende; intasare il cesso; cagare e pisciare su letti e divani. Risate assicurate.

Qui e Lì

venerdì 5 settembre 2008

Ora sono Qui, ma prima ero Lì.

Lì era una enorme megalopoli, ma andavo al lavoro a piedi. Qui è una piccola cittadina, ma devo pendolare.

Lì c’erano gli autobus a due piani. Qui, inaspettatamente, ci sono i treni a due piani.

Lì, di solito, per pranzo mangiavo un panino da Pret. Qui, di base, faccio un pasto completo alla mensa Piaggio. Non ho capito però se si tratta di un miglioramento o meno.

Lì facevo la spesa da Tesco, spendendo un botto. Qui faccio la spesa alla Coop, a prezzi più umani.

Lì avevo spesso problemi con la connessione wireless. Anche Qui. Probabilmente sono un Re Mida dell’etere — ma all’incontrario.

Lì bevevo la birra. Qui bevo il vino. Ma questo dipende più che altro dalle persone che hai intorno, cerco di adattarmi.

Lì, di notte, mi arrivavano i suoni della città: la musica dei locali, le sirene, i lavori in corso alla stazione, il traffico costante. Qui dormo nel silenzio più totale, a parte l’occasionale miagolio e lo sporadico risveglio notturno dei figli del vicino.

Lì passavo molto tempo davanti al computer. Qui invece

Eccetera eccetera. Tutto questo per dire che, in soldoni, Qui o Lì, sopra o sotto, basta evitare Scandicci poi per il resto dove mi metti sto!