Archivio di giugno 2009

L’insopportabile gruppo di supporto

lunedì 29 giugno 2009

È facile sparare a zero sull’arte contemporanea, talmente facile che è uno sport che non mi ha mai appassionato — anche perché in genere sfocia molto facilmente in una compiaciuta autoassoluzione della propria ignoranza, condita da abbondanti dosi di banalità e luoghi comuni. E fra l’altro, se uno si volta indietro, vede che raramente la storia ha dato ragione a questo atteggiamento.

Ciò detto, qualche sera fa mi sono incontrato col vecchio amico Curi, compagno di tante avventure, in un simpatico localino a nord di Shoreditch, specializzato in musica dal vivo. Il programma del mese aveva una certa propensione per la musica di improvvisazione, mentre la serata presentava nella fattispecie due chitarristi portoghesi — per cui mi aspettavo un qualcosa di simile al jazz, condito con tanti begli assoli virtuosistici di chitarra.

A cominciare c’era invece una sorta di gruppo di supporto, composto da un sassofonista e due specie di tecnici del suono che armeggiavano alle sue spalle su due consolle. L’idea di cominciare con un po’ di sassofono non mi dispiaceva, devo dire la verità. Questa serata di musica dal vivo si presentava proprio bene.

Quando il gruppo comincia, però, ci deve essere qualche problema con l’audio perché si sente un bruttissimo fischio. Qualche cavo mal collegato, forse? L’effetto Larsen? Uno dei tizi alle spalle del sassofonista comincia ad accendere e spegnere di tanto in tanto una lampada da cantiere. Immagino che sia imbarazzato per via del fischio che non riesce ad eliminare, e che nella penombra non riesca a vedere bene dove sta mettendo le mani.

Ad un certo punto, dopo un bel po’ di tempo che questa storia va avanti, in balia di atroci sospetti rinuncio alla mia dignità e mi giro verso il Curi chiedendo: “… ma è già iniziato?”

La flemmatica risposta è: “Penso di sì.”

Con tutto che mi piace molto la musica elettronica, quei fischi erano veramente sgradevoli per gli orecchi, nonché prossimi alla soglia del dolore. Dopo poco ho cominciato a sperare che il sassofonista cominciasse presto a suonare. Ma, come dice l’adagio: attenti a ciò che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Quando comincia, infatti, prende ad emettere dei suoni molto lunghi e ripetitivi, come la sirena di una nave.

Dopo un po’ comincio a chiedermi cosa pensi di tutto ciò il mio compagno di sventura, quando questi, come se avesse avvertito telepaticamente la mia curiosità, si gira e mi fa: “Se qualcuno applaude, lo uccido.” Un commento che non lasciava adito a molti dubbi.

Con nostra sorpresa, però, alla fine saranno applausi scroscianti. Di approvazione, forse — o forse, come nel mio caso, di sollievo… che l’incubo fosse finito.

Sic transit gloria Virginis

venerdì 26 giugno 2009

Da quando non vivo più a Siena, ogni volta che torno c’è sempre un negozio nuovo, una facciata rifatta, una strada coi sensi unici cambiati… All’inizio mi stupivo molto ogni volta, ormai non ci faccio neanche più caso.

Giustamente da quando ci ero stato l’ultima volta, qualche mese fa, è cambiato qualcosina anche a Londra. A parte che non ho fatto neanche in tempo ad atterrare, e già mi sono trovato Stansted mezzo rifatto — come se ce ne fosse stato bisogno!

Dove però mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi è quando sono passato da Oxford Street e ho pensato di fermarmi per la tradizionale giratina al Virgin Megastore. Mica per altro, ma fa sempre piacere sentirsi circondati da tre piani di cd, dvd e videogiochi vari.

Senonché, com’è, come non è, non riuscivo a ritrovarlo. Al suo posto, un orrendo negozio di vestiti che dava tutta l’aria di essere stato allestito alla bell’e meglio in tutta fretta. Incredulo, continuo a passeggiare. Arrivato a Piccadilly, anche lì! Il megastore è chiuso e strachiuso! Fra i vetri impolverati, si intravedono file e file di scaffali vuoti, e malinconici cartelli che indicano a vuoto “Pop”, “Metal”, “Jazz”.

Un tristissimo foglio fotocopiato, appiccicato con lo scotch al vetro, annuncia che la catena è stata messa in amministrazione controllata — lasciando fra l’altro a spasso qualche bel centinaio di persone.

Così, nella mestizia più totale, si abbassa il sipario su quella che era una vera e propria istituzione dell’high street londinese.

The blur

mercoledì 24 giugno 2009

Il paradosso dei blog è che a volte rischiano di restare muti proprio nei momenti più concitati. Ad esempio nelle ultime due settimane ne ho passate di cotte e di crude.

Per cominciare sono stato al mare con alcuni ex-compagni delle superiori per celebrare i dieci anni dall’esame di maturità. Dieci: vi risparmio le solite lagne sui trenta alle porte e il tempo che passa. In compenso, grazie al fatto di essermi perso nonostante una delle strade più facili che la cartografia abbia mai concepito, ho varato l’acquisto di un navigatore satellitare — acquisto che richiederà mesi e mesi di studio, ma quella è un’altra storia.

In secondo luogo, per gli stessi motivi che mi portano a guidare gru nei porti di mezza Italia, sono finito a presidiare uno stand presso una fiera di tecnologie nautiche, fra venditori di luci da interni per yacht e espositori di macchine pulisci-cozze. Queste ultime purtroppo risultano eccessivamente ingombranti per cui temo che dovrò continuare a fare affidamento su quelle del supermercato.

In seguito, il caso ha voluto che mi ritrovassi a Milano proprio la sera in cui, con gara-4, la Mens Sana Basket o Montepaschi Siena che dir si voglia poteva aggiudicarsi il terzo scudetto consecutivo. Ma soprattutto il caso ha voluto che l’impeccabile Tokai, che in quanto ad ospitalità ha solo da insegnare, mi proponesse sua sponte di assistere al big match — o meglio big massacr, visto il risultato finale.

In tribuna, circondato da tifosi della Armani Jeans, mi sono sentito a tratti come Massimo Boldi in quei film a episodi in cui si ritrova fatalmente nella curva della Roma da milanista.

Tutto ciò però impallidisce di fronte alla agghiacciante scoperta che faccio al momento di estrarre la macchina foto per immortalare la storica serata. Quella che per qualche secondo sembra essere una foto sovraesposta, si rivela invece essere, così per ride, un lcd schiantato:

Non sei venuto malaccio in questa, via

nonché, come se non bastasse, un sinistro deja vu di dolorosi eventi da poco superati:

C'eravamo tanto amati

In soldoni, vi consiglio di evitare di farmi maneggiare oggetti dotati di monitor a cristalli liquidi fino ad almeno tutto il 2009.

E poi: a distanza di due giorni, a orari del tutto diversi e in una coppia di giorni piuttosto inusuali, mi sono trovato in treno a sedermi di fronte alla stessa identica persona. Se era un segno del destino, però, non era un segno del destino eterosessuale, perché trattavasi di maschio — riconosciuto fra l’altro grazie al colore dell’iPod. Nanocromatico.

Infine, se mi consentite di aggiungere il solito lamento su trasporti & servizi, ho potuto constatare senza mezzi termini quanto faccia schifo la stazione di Genova Porta Principe, sotto ogni possibile aspetto. E non sono uno che usa la parola “schifo” tanto facilmente, sicché rendetevi conto.

ps – Ovviamente in qualsiasi ristorante mi sia capitato di andare in questo periodo, sono sempre stato sovrastato da enormi televisori accesi e sparati a tutto volume…

Legocentrismo

mercoledì 10 giugno 2009

Sapevo che, nel grande schema delle cose, vincere un secchiello di costruzioni alla cena di Natale del laboratorio sarebbe prima o poi servito a qualcosa.

Cento

È stato buffo, dopo tanti anni, provare di nuovo certe sensazioni dimenticate, tipo quel lieve fastidio alla punta delle dita, o l’irritazione di quando due pezzi non ne vogliono sapere di staccarsi, per non parlare di quando non trovi il pezzo che cerchi.

Se poi non avete ancora indovinato a che pro cotanto sforzo, questa tabella dovrebbe fugare ogni dubbio, nonché fornirvi svariati secondi di sollazzo:

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91 92 93 94 95 96 97 98 99 100

PS – Ai nostalgici delle costruzioni e ai feticisti in generale consiglio di recuperare l’ultimo catalogo Lego perché mi pare decisamente una buona annata.

Lettera aperta all’amico Ristoratore

martedì 2 giugno 2009

Caro amico Ristoratore,

tu sai che il rapporto che ci lega da tempo immemore, lungi dall’esaurirsi nel mero scambio di cibo con denaro, si articola in una profonda stima e simpatia reciproca.

Ad esempio io, da parte mia, prenoto col nome vero; disdico la prenotazione se non vengo; rispetto i tuoi camerieri; in bagno faccio del mio meglio per centrare la tazza; e se sono soddisfatto del cibo ci tengo a fartelo sapere.

(C’è chi maligna su una mia presunta manella tirata al momento di lasciare mance — ma lasciamo stare, penso che tu riconosca che situazioni diverse richiedono comportamenti diversi.)

Tu, per contro, non ti limiti a fornirmi quel cibo che contribuisce a sostenere la mia vita e ad allargare il mio giro-vita. Eh no! Tu fai del tuo meglio per regalarmi un’esperienza, un’atmosfera. Ci metti quel qualcosa in più che mi fa uscire felice di casa, che mi fa pregustare con aria sognante la cena e la compagnia dei miei amici o dei miei cari.

Ecco. È proprio su questo punto, mio caro amico Risoratore, che ti invito a riflettere.

Ultimamente, a tavola, mi capita di parlare con persone imbabolate, ipnotizzate, che si distraggono facilmente e rispondono a monosillabi. Io stesso, talvolta, faccio come loro.

Oppure mi tocca sentire gente che litiga, o vedere giornalisti untuosi che presentano i loro ospiti. Due fra le cose che più mi irritano al mondo.

In altre parole, amico Ristoratore: …come cazzo ti è venuto di mettere la tv in sala?!

Capisco che un tuo cliente voglia vedersi con la coda dell’occhio la finale di Champions League, e guarda: arrivo a capire anche che uno voglia vedersi la serata finale del Festival di Sanremo!

Ma sinceramente non riesco a credere che ci sia qualcuno che non riesce a perdersi, per dire, una puntata della trasmissione sui record, e trovi anzi piacere a mangiare mentre sullo schermo scorrono le immagini di persone ricoperte di scarafaggi, tanto per dirne una.

E se esiste gente così, che se ne resti a casa!

… e se non vogliono restarsene a casa loro, vorrà dire che ci resterò io.

Tuo,

Buona Forchetta