Florilegio di scene surreali

Metro. Tutti i posti occupati. Ad un certo punto di fronte a me se ne libera uno. Una ragazza, puntandolo, si incammina decisa ma tranquilla. Percorre l’intero corridoietto facendosi spazio, leggiadra, nella selva di gambe accavallate e di giornali squadernati.

Comincia a voltarsi e a piegare le ginocchia per adagiarsi sull’invitante sedile — quando ecco comparire da non si sa dove, lesto come un razzo, un businessman orientale che, con mossa felina, va ad infilarsi nell’intercapedine rimasta fra il culo della ragazza e il posto vacante, simulando per giunta il subitaneo sopraggiungere del sonno.

La tipa resta per un po’ a mezz’aria prima di riprendersi, raddrizzarsi e allontanarsi, più basita che arrabbiata — lasciando l’opportunista incravattato a fingere di dormire beato.

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Covent Garden. Terra di artisti di strada. Qui trovi il saltimbanco, lì il pagliaccio, là il quartetto di musica da camera riletto in chiave pop, più giù l’immancabile tipo che suona la sega.

Ad un certo punto s’ode, dapprima lontana, una melodia già sentita. Anche le parole, a dire il vero, non son nuove. La mente riconosce, dopo un attimo di confusione, l’idioma natio. All’improvviso ci rendiamo conto che un busker sta in effetti cantando Certe Notti di Ligabue.

È un attimo, poi subito un boato si leva da ogni dove: sono gli italiani che, rivelando la loro presenza in massiccia maggioranza, si uniscono al coro dell’inno generazionale del rocker di Correggio.

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Chinatown. Vai e vieni di gente. Un uomo trasandato — barba incolta, braccia tatuate, sigaretta pendula dal labbro — si trascina dietro, di malavoglia, un carretto basso coperto da un panno. Lo sbatacchia qua e là imprecando fra i denti. Giunto al limite del marciapiede, il patatrac: il carrello si rovescia in men che non si dica spargendo a terra degli enormi granchi vivi.

Senza aumentare il ritmo o il volume delle imprecazioni, il tizio li raccoglie, li rimette nel carrello e li porta via, lasciando negli astanti un forte senso di spaesamento.

7 commenti su “Florilegio di scene surreali

  1. Fantastico rilevamento di presenza italiana! HAHAHA. Oddio, ora ho visioni di pulizie etniche basate sull’apprezzamento di Vasco (=molto peggio di Liga)

  2. Il comportamento del business man è una sorta di metafora di quel tipo di lavoro: fottere il prossimo senza far notare che lo si sta facendo 😀
    (ma gli occidentali hanno tutt’altro stile!)

  3. Sono state tutte delle belle scene devo dire: in particolare la rilevazione di italiani a Covent Garden è stata piuttosto impressionante: c’erano anche delle scolaresche penso, quindi l’effetto coro è stato molto efficace!

  4. @happy_emi: in realtà il business man asiatico (credo sia cinese…perchè un nippo non si sarebbe comportato così…almeno credo! 🙂 ) e la tipa sono l’esatta metafora della Cina con l’Europa… 🙁

    Dopo questa esperienza, possiamo dire che sappiamo come fare venire allo scoperto gli italiani…un pò come nella scena di Roger Rabbit! 🙂

    http://www.youtube.com/watch?v=YdLICWrb0tI

  5. Tokai, mi hai allietato la serata con quella scena! 😀
    E tra l’altro è stata l’occasione per approfondire il dilemma flit-filt-cric. Era sempre rimasto un dubbio irrisolto, ma grazie ad internet

  6. il tizio di chinatown adesso puoi dirlo, ero io 😀

    e si sto stalkerando il tuo sito perche mi garba a stecca, va bene?

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