Sovrapposizioni

martedì 1 giugno 2010

Ho fatto un piccolo esperimento: ho preso le cartine di Siena, Pisa e Londra e le ho sovrapposte facendo perno su un punto centrale arbitrario, e cioè rispettivamente Piazza del Campo, il Ponte di Mezzo e il Waterloo Bridge.

Three cities

Di seguito le conclusioni che ne ho tratto:

  • se fossi a Siena, lavorerei in Pescaia all’altezza dell’autolavaggio e vivrei poco oltre Quercegrossa
  • se fossi a Pisa, lavorerei a metà di via Bonanno Pisano (non lontano da Ingegneria, pensa te) e vivrei fra Vecchiano e la Firenze Mare
  • facendo il ragionamento opposto, andare a Pontedera dal centro di Londra equivale ad andare a Bexley, posto mai sentito prima e soprattutto molto oltre Greenwich che considero un po’ le mie colonne d’Ercole a sud-est…
    • fra l’altro secondo il journey planner ci vogliono una cinquantina di minuti buoni per arrivarci, molto di più dei venti di Trenitalia — che però aveva solo due/tre treni all’ora
  • l’equivalente senese di Pontedera invece è un posto sperduto a metà strada verso Sinalunga, più o meno all’altezza di Rapolano Terme.

Infine le distanze:

  • casa-lavoro in linea d’aria è passata dai poco meno di 18km pisani a poco più di 9km londinesi
  • casa-centro è cresciuto da “ci sono già dentro” a, di nuovo, 9km.

Nel complesso queste scoperte mi hanno stupito un po’ tutte. Incredibile quanto il contesto faccia cambiare la percezione delle distanze.

La nascita del caffè rosso

mercoledì 19 maggio 2010

Con la sorpresa tipica dell’italiano abituato ad una concezione puramente artigianale della ristorazione, ho scoperto che possono esistere catene di ristoranti che — invece di farti sentire parte di una catena di montaggio alimentare — riescono ad offrire cibo tutto sommato dignitoso in un’atmosfera piacevole.

Uno di questi posti è la catena di bistrot francesizzanti Café Rouge, con i suoi locali inevitabilmente tappezzati di Chat Noir, con decine di piccole lampade che fanno molto “locale raccolto” e coi muri pieni di stencil e di occasionali scritte che riportano motti o massime innocue per rinfrancar lo spirito fra una portata e l’altra. Quando sei fuori dalle tue zone e ti assale quell’improvvisa voglia di croque madame, quelle vetrofanie dorate fra gli infissi rossi appaiono in genere come un miraggio all’orizzonte.

Ho assistito negli ultimi tempi alla nascita di una nuova filiale vicino alla metro di Leicester Square. Di mattina in mattina, ho visto gli operai prima intonacare, poi installare un bancone, poi mettere i vetri con lo scotch sopra messo a X, e via dicendo. Poi è stata la volta dell’insegna, poi delle già citate scritte sul vetro.

Poi un giorno, all’improvviso, il posto era sbocciato come un fiore. Il grigiore del cantiere non c’era più — sulle pareti ora giallo paglierino erano arrivate le lampade, si erano accasati gli chat noir, erano comparse le scritte… Ma erano stati sempre loro, gli operai, a metterceli.

Confesso che ci sono rimasto un po’ male. Certo, lo sai bene che sono arredati tutti allo stesso modo, che i poster comunque ti arrivano dalla sede centrale, che le lampade sono state comprate all’ingrosso e riposano in un enorme hangar in qualche area industriale, pronte a partire verso la prossima apertura di filiale a bordo di tir polverosi e per nulla bohémienne. Ma immaginavo lo stesso che ci fosse un po’ di margine di manovra, che il caponegozio potesse decidere se il poster tale piazzarlo lì e se il paralume metterlo in un modo o nell’altro.

Il giorno dopo, seduti sparsi per il locale come una scolaresca in gita, il plotone dei nuovi camerieri, in borghese, ascoltava le direzioni del caposala. Attraverso il vetro ho percepito un pochino, nonostante la prospettiva decisamente diversa, quell’eccitazione tipica del primo giorno di scuola.

Il giorno dopo ancora, i camerieri erano vestiti di tutto punto e già all’opera, mentre ai tavoli erano già seduti gli ultimi tasselli del mosaico: i clienti. E per un attimo anche loro mi sono sembrati messi lì dagli operai.

Birmingham e la fabbrica di cioccolato

mercoledì 12 maggio 2010

Stanca di non trovare il biglietto d’oro nonostante il prolungato e assiduo impegno, Elisa ha sbottato: “basta ci andiamo lo stesso!”

E così una domenica mattina ci siamo ritrovati a sonnecchiare, invece che nel letto, su un pendolino diretto a Birmingham.

Da lì poi ci siamo diretti verso lo stabilimento dell’azienda dolciaria Cadbury, forse un po’ sconosciuta dalle nostre parti ma orgoglio nazionale qui.

La stazione è inconfondibile, interamente di colore viola — che non è il colore sociale soltanto di quegli altri. Siamo a Bournville, ridente villaggio costruito a suo tempo dal signor Cadbury in persona per i suoi operai, onde sottrarli alle difficoltà della frenetica vita cittadina. Un’imprenditoria romantica cui non siamo più abituati: poco più di un secolo dopo, sono le impalpabili e fredde operazioni finanziarie a tenere banco, con la società che viene acquisita da una multinazionale.

Il percorso interno è come te lo immagineresti: una parte didattica introduttiva con la storia della cioccolata e della Cadbury, seguita da una parte — molto interessante — dove spiegano come nascono i vari prodotti. Infine la parte cui tenevo di più: una sbirciata alla fabbrica vera, dove vediamo la mia adorata Fruit & Nut durante l’operazione di packaging.

Alla fine facciamo rientro a casa in tarda serata con la bocca un po’ allappata e una busta piena di souvenir, del tipo che preferiamo: quelli commestibili.

Due pesi e due misure

giovedì 6 maggio 2010

Due pesi

Entro l’anno dovrei però riuscire a raggiungere il livello Mio Mini Pony.

Trenini

lunedì 26 aprile 2010

Potevo non andare ad una mostra mercato di modellismo ferroviario che si teneva praticamente sotto casa mia?

La risposta, ovviamente, è: no, non potevo. Non avrei mai scoperto l’esistenza della T-Gauge, per dire.

Quello che potevo evitare, invece, era di perdere due settimane a imprecare contro software instabili, computer lenti, upload interminabili, bug vari di Youtube — e tutto ciò per fare un filmato completamente inutile visto che ce ne erano già a bizzeffe.

(E la morale è: mai mettersi contro dei veri fissati, specie se sono in pensione da anni.)