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Muswell Hill, 90210

venerdì 23 ottobre 2009

La casa perduta quando sembrava già nostra non solo ci aveva lasciati entrambi di umore pessimo, ma aveva anche settato uno standard qualitativo difficilissimo da bissare. Oltre a ciò, Elisa doveva tornare in Italia per qualche giorno per cui l’incombenza di cercare casa restava a me — una responsabilità non da poco, ne converrete.

Fra i tanti appartamenti che ho visto nei giorni successivi scuotendo sempre la testa, ce n’era uno però che mi tornava spesso in mente. È vero, era un po’ lontano per i miei gusti, non costava pochissimo e non era nemmeno ammobiliato. Però era in una zona molto carina; poi era tutto nuovo; aveva pure una lavastoviglie! E per quanto riguarda la distanza… a furia di andarci e tornarci, in preda all’indecisione, mi ero poi convinto che non era così terribile.

E in ultima analisi, come aveva detto l’agente immobiliare: “Non credo che la tua ragazza si possa arrabbiare se prendi questo”…

Proprio l’agente immobiliare si sarebbe rivelato una persona a dir poco squisita nonché fondamentale per la riuscita dell’operazione. Intanto ha convinto i padroni di casa a darcela ammobiliata; poi è andato lui stesso a prendere i mobili all’Ikea in modo da farli arrivare a casa prima! Infine si è accollato un po’ di rogne burocratiche dato che, da queste parti, se le tue garanzie (lavoro, conto in banca…) non sono basate in Uk, contano quanto i fichi secchi.

E quindi, adesso si può dire: la location della nuova serie è un simpatico posto chiamato — rullo di tamburi — Muswell Hill.

Un’ultima nota sul karma e sugli equilibri universali. L’agenzia presso cui abbiamo alla fine preso la casa è quella in cui Elisa era entrata totalmente a caso, presa dalla stizza per la casa appena persa. La bilancia cosmica toglie da una parte e mette dall’altra…

Flat tales / 4

martedì 20 ottobre 2009

Retrospettivamente, una disavventura di questo tipo avremmo dovuto metterla in conto. Per certi versi era una tappa obbligata, una sorta di rito di passaggio. Ma andiamo con ordine.

Ci rechiamo in quel di Highgate a vedere una casa il cui annuncio avevamo scovato sull’affidabile Moveflat. Avevamo appuntamento col tizio alle quattro. Puntuali, ci presentiamo sotto una piccola palazzina, non molto attraente a dire il vero. Un arzillo signore di origine greca ci fa strada e ci porta a vedere il suo appartamento.

Entriamo. Ci giriamo. Ci voltiamo. Ci stropicciamo gli occhi.

Stanze spaziose, luminose, pulite, silenziose. Mobilio moderno, nuovo e ben tenuto. Cucina abitabile con tutti i comforts. Insomma, l’appartamento dei nostri sogni!

Durante la visita, però, non capto in Elisa quell’eccitazione che mi sarei aspettato in una situazione del genere. Forse non ho notato qualche magagna? Perlustro ogni stanza spremendomi le meningi, facendo quante più domande possibili, le più disparate. Niente, tutto sembra andare bene.

Restiamo d’accordo col proprietario che torneremo a comunicare le nostre decisioni prima delle sei, giacché a quell’ora ci saranno altre visite.

“E quindi? Qual è il problema?!” chiedo appena usciamo. “Nessun problema, la casa è perfetta… troppo perfetta!” risponde Elisa, che in soldoni paventa, tanto per cambiare, una truffa.

Una truffa? Mi fermo un attimo: ripenso alla mezz’ora appena trascorsa in modalità flashback, chiedendomi in che modo posso essere stato piccionato, ma il momento in cui tutto torna, stile Il Sesto Senso, non arriva. È vero, la visita aveva avuto un che di artefatto: l’appartamento tanto ordinato da sembrare quasi non-vissuto; la pentola sul fuoco come a voler dare a bella posta l’idea opposta; una strana complicità fra il padrone di casa e l’inquilina uscente; e via dicendo.

D’altronde l’anticipo che il tizio ci ha chiesto sull’unghia è una cifra modesta e, francamente, non tale da giustificare una messinscena di questa portata. Una cifra, fra l’altro, che arrivati a questo punto mi sentirei anche di rischiare.

Dopo aver ripensato a tutto nei minimi dettagli scartiamo l’ipotesi della truffa. Ripensiamo alla casa, pensiamo a quanto è bella, facciamo un giro di telefonate per consultarci con genitori e amici, e alla fine, convintissimi, torniamo, di buona lena, alla casa — sicuri di essere ad un passo dall’avere finalmente trovato sistemazione.

Tanto abbiamo fatto che quando arriviamo sono praticamente le sei. Non sarà troppo tardi? Notiamo che le luci della casa sono spente. Perplesso, chiamo il tizio al telefono e gli comunico la nostra decisione.

“Ah”, dice. “C’è un problema”.

Un problema? Ecco, penso, vuoi vedere che questo è ora il momento topico in cui la truffa si esplica nella sua interezza? Mi chiederà più soldi? Mi chiederà di portarli da un’altra parte?

“L’appartamento è andato. Mi spiace. È venuta a vederlo una signora subito dopo che siete usciti voi. Le è piaciuto così tanto che mi ha pagato subito l’anticipo in contanti. Non ho potuto dirle di no. Mi spiace. Vi auguro buona fortuna per la vostra ricerca”.

Flat tales / 3

sabato 17 ottobre 2009

Immaginate la scena al rallentatore: l’agente immobiliare, di fronte a noi, apre pian piano la porta. A poco a poco, il vano abitativo comincia a svelarsi. Nebulosamente intravediamo superfici che sanno di nuovo, di pulito. Sui nostri volti stanchi comincia a dipingersi un sentimento ormai affievolitosi: la speranza. Sentiamo quasi in lontananza una musica di violini che comincia ad alzarsi, per celebrare il momento — forse abbiamo finalmente trovato casa?

Ma — tac! — la porta si blocca. Non si apre più. Non si spalanca a mostrarci il resto dell’appartamento, e per un semplice motivo. È tutto lì. Fine.

Entriamo impietriti. Il monolocale è presto descritto: una stanza stretta leggermente allungata, che per la prima metà ha un soppalco che ospita un letto. Più che un letto lo chiamerei un materasso poggiato per terra, e credo che alzando un braccio da disteso toccherei agevolmente il soffitto. C’è un angolo cottura, una poltrona, una tv incastrata sotto le scalette del soppalco. Il bagno è una cabina in cui penso che una persona leggermente sovrappeso farebbe fatica a entrare. Il cesso è di quelli mignon, accorciàti. Il lavandino sembra uno scherzo — uno scherzo peraltro molto in voga da queste parti.

L’agente ci mostrerà poi qualche altro appartamento leggermente più grande, ma più li guardiamo e più ci rendiamo conto che sono basati tutti sullo stesso meccanismo. Veniamo a sapere infatti che l’agenzia è direttamente proprietaria degli immobili: compra decine di villette, poi le sventra e ne ricava dieci, venti micro-appartamenti in ognuna. Grazie alle economie di scala, può permettersi di arredarle in maniera gradevole, rinnovarle in blocco appena un inquilino lascia, e via dicendo. Per chi conosce lo stato in cui ti vengono in genere presentate le case a Londra, queste sembrano un paradiso.

Poi però, ad una seconda occhiata, ti accorgi che non sono solo piccole, ma sono proprio pensate male — come se dovessero impressionare a prima vista affittuari frettolosi, e non veramente soddisfare le loro esigenze abitative. Fumo senza arrosto. Non ci sono armadi, per dire, né c’è posto dove metterne uno di fortuna: un dettaglio in grado di mettere in ginocchio anche chi fashion victim non è. Non c’è un tavolo — e sì che sembrano rivolgersi prevalentemente a studenti. Il frigorifero sembra un giocattolo, il lavandino della cucina magari si trova nell’angolo — comodo!

Ultima chicca, la lavatrice. Dov’è? Non vi preoccupate, c’è. Sì ma dove? Semplice, è nel basement. Su nostra insistenza ci viene alla fine mostrata, chiusa in uno sgabuzzino, una normale lavatrice, pronta a soddisfare i bisogni di un’intera casa… convertita in condominio.

(continua)

Flat tales / 2

lunedì 12 ottobre 2009

Una delle persone che risponde seriamente al nostro annuncio è un tipo che ci scrive in italiano, pur avendo un nome inglese. Al telefono ci fa una buona impressione, per cui alla fine decidiamo di andare a vedere la sua casa nonostante si trovi un po’ fuori mano.

Avevo visto da Google Maps (sempre sia lodato) che la casa era dietro un enorme supermercato. Effettivamente appena usciamo dalla metro, vediamo questo mastodontico Tesco che sovrasta un intero isolato — grande, per capirsi, grossomodo quanto un’Ipercoop.

“Bene”, ci diciamo, “fare la spesa non sarà un problema”. Understatement of the year, ma andiamo con ordine.

Le indicazioni che abbiamo ci portano a fare il giro dell’isolato, percorrendo vie residenziali abbastanza gradevoli. Proprio all’ultimo però dobbiamo svoltare in un vicolo, e qui l’impressione peggiora subito: infatti, oltre a due/tre case, si affaccia imponente il retro del supermercato di cui prima, con masserizie varie di fornitori lasciate in giro. Ciliegina sulla torta una signora ubriaca, seduta in un angolo, che si guarda i piedi ondeggiando la testa e che ogni tanto è preda di qualche conato di vomito.

Ci giriamo verso le case senza trovare però il numero civico che cercavamo. Spaesati, telefoniamo al tipo, che ci dice: “Ah eccovi, vi vedo dalla finestra”. Ci guardiamo attorno più e più volte finché, voltandoci, non lo individuiamo in alto, proprio sull’edificio che sembrava il retro del supermercato. “Bussate che vi apro la porta”, ci dice. Ci incamminiamo assai perplessi. Suoniamo il campanello di quella che era evidentemente una uscita di servizio. Entriamo e ci troviamo di fronte un paio di ascensori, enormi e non troppo puliti: anche questi chiaramente in uso al supermercato.

Mentre l’ascensore sale ci guardiamo con occhi sbarrati. Dove siamo finiti? Ma l’ascensore arriva e — sorpresa! — ci lascia inaspettatamente all’aperto, in un ridente vicinato, tutto verdeggiante, con tanto di stradina principale con ai lati villettine a due piani molto curate e “cosy”, come dicono da queste parti. A questo punto siamo molto confusi. Il tipo sbuca fuori da una di queste case e ci invita ad entrare; ci mostra casa sua che è molto carina, grande, addirittura ha un terrazzino e anche una vista mozzafiato. È la casa in cui vive, ma si sta trasferendo da un’altra parte col compagno (italiano, da cui la sua scioltezza con l’idioma).

Ma sì, insomma, la casa di per sé sarebbe anche carina, potrebbe andare, ma… non so se avete capito… la casa si trova esattamente sopra il supermercato! Per meglio dire c’è il supermercato al piano terra, poi dopo ci sono un paio di piani di parcheggio, e infine c’è questo simpatico quartierino. Tant’è che per uscire passiamo attraverso il parcheggio e prendiamo un altro ascensore che ci lascia direttamente dentro al supermercato stesso…

Che dire, questa esperienza mi ha lasciato abbastanza senza parole. Non sono sicuro di essere riuscito a rendere l’assurdità del luogo. In realtà l’idea di prendere il tetto di un casermone e costruirci sopra delle cae di per sé non sarebbe neanche male — ma avrebbero dovuto quantomeno curare di più le vie di accesso.

(continua)

Flat tales / 1

venerdì 9 ottobre 2009

Sulla ricerca di un alloggio a Londra, pensavo di aver già appreso tutto la volta scorsa — ma all’epoca, essendo da solo, puntavo al cosiddetto flatshare, cioè in soldoni quella che da noi è “la singola in casa con altri”.  In quel caso Internet era stato utile nonché sufficiente.

Stavolta invece, nel fine settimana passato a spulciare speranzosi vari siti di annunci, abbiamo sì trovato molte proposte interessanti, ma, purtroppo, per metà risulteranno essere truffe: gente che, una volta contattata per e-mail, risponde che al momento stanno facendo pratica medica in… Italia (?!) o Cina (!!) e che quindi prima di prendersi la briga di tornare per firmare il contratto vogliono un anticipo in denaro per essere sicuri della serietà dell’acquirente. Tutto questo ovviamente senza far visionare la casa prima e richiedendo i soldi tramite servizi di money transfer anonimi. Ora mi si potrà anche accusare di non essere the brightest crayon in the box, però prima di cadere a piè pari in un tranello simile, francamente, ce ne corre.

L’altra metà degli annunci sono in realtà postati da agenzie. In questo caso non si tratta di una vera e propria truffa — semmai è un po’ disonesto non qualificarsi esplicitamente in quanto tali. Inoltre, nel 90% dei casi, la casa che vedi nell’annuncio “purtroppo non è più disponibile”, ma guardacaso ne hanno sempre altre un po’ più care e un po’ più lontane da farti vedere.

Prima di gettarci fra le braccia delle agenzie, però, facciamo il disperato tentativo di mettere noi un annuncio. Di risposte ne arrivano parecchie, anche se molte di queste — ci credereste? — vengono da medical practicioners che purtroppo al momento non si trovano sul suolo patrio…

(continua)