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La smaterializzazione della high street inglese

giovedì 4 marzo 2010

A volte qualcuno dall’Italia mi chiede se e quanto si senta la crisi economica da queste parti. Nel complesso direi che nella vita di tutti i giorni, ora come ora, non si avverte molto; poi certo, se uno vuole andarsi a cercare i segnali non deve faticare per trovarli. Ad esempio la stagione dei saldi è durata tantissimo, con i negozi erano stracolmi sia di gente che di merce invenduta.

Più drammatiche, però, si stanno rivelando le chiusure di molte catene che facevano ormai parte del panorama della high street inglese, come già avevo accennato. L’anno scorso era stata la volta di Woolworths, una sorta di Upim d’oltremanica, scomparsa di schianto portandosi dietro quasi mille punti vendita (e decine di migliaia di dipendenti). È di poche settimane fa, invece, la dipartita della catena di librerie Borders.

Borders

A Borders ero particolarmente affezionato perché quando ero stato a Cambridge per la tesi era in pratica l’unico negozio che restava aperto dopo le cinque, concedendomi un po’ di rifugio alla fine delle giornate passate in laboratorio. Col tempo però era degenerata e non sapeva più di niente, era diventata la tipica libreria tamarra che non ha un minimo criterio nella presentazione e fa solo sconti a casaccio.

Anche la catena di articoli sportivi Sports World, che sicuramente avrà presente chiunque si sia fatto una girata per Oxford Street, sembra che stia per chiudere.

Sports World

Dico sembra perché a dire il vero sono svariati mesi che si presenta con quest’aria di smobilitazione, ma alla fine è sempre lì.

Tutte queste chiusure però hanno in comune un interessante tratto: i relativi marchi sopravvivono online. Forse quella che stiamo vedendo all’opera in questi anni nelle vie commerciali non è soltanto la crisi ma anche la definitiva maturazione del commercio online. Non a caso, mentre i negozi stringevano i denti per reggere l’urto di un Natale a cinghia tirata, Amazon si godeva beatamente un successo senza precedenti.

Io personalmente faccio la maggior parte degli acquisti non alimentari su internet da svariati anni ormai e mi sono sempre trovato benissimo. Non credo che torneremo indietro — specie nei paesi in cui le spedizioni funzionano. Spiace solo che in centro resteranno, a Londra come a Pisa, soltanto negozi di vestiti.

Corso di disegno / 1

giovedì 11 febbraio 2010

La prenderò alla lontana.

Tanti anni fa, io e l’amico G.S. decidemmo di seguire un corso di fumetto. Il corso era chiaramente amatoriale, tant’è che si teneva presso un centro di discipline olistiche. Sulla competenza dell’insegnante poteva essere legittimo nutrire dei dubbi, specie quando la direttrice ci disse che era suo fratello. Dico la verità: mi immaginai che di lì a poco avremmo visto entrare un adolescente brufoloso con la maglietta dell’Uomo Ragno e tonnellate di fanzine che spuntavano da uno zaino Invicta.

E quanto mi sbagliavo. Ad entrare, infatti, fu nientemeno che GiPi! Allora era ancora sconosciuto ai più, ma di lì a poco sarebbe diventato una star internazionale del fumetto.

◊ ♦ ◊

Il povero GiPi, per quanto persona umilissima e alla mano, si rese però subito conto del materiale umano che aveva a disposizione — pertanto l’attenzione del corso si spostò molto velocemente dal fumetto al disegno tout court.

Fu in quella occasione che venni a conoscenza del libro “Disegnare con la parte destra del cervello”. L’autrice, tale Betty Edwards, dopo una lunga esperienza di insegnamento, si rese conto del fatto che la gente in genere disegna male non tanto per mancanza di talento o di mano, ma perché si lascia guidare dalla propria parte analitica.

Nel disegno dal vivo, per dire, ci viene spontaneo scomporre l’immagine semanticamente: quella è una casa, quella è una persona, quello è un albero. La mano, quindi, non riceve più l’istruzione “disegna le forme che stai vedendo”, ma “disegna un albero, poi disegna una casa”, e si lascia fatalmente condizionare dalla nostra visione stereotipata ed idealizzata degli oggetti in questione.

Per farla breve, mi era sempre rimasta la curiosità di leggere questo famoso libro e finalmente qualche settimana fa mi sono tolto lo sfizio e me lo sono comprato. Ecco l’autoritratto allo specchio che ho fatto come primo esercizio:

Autoritratto allo specchio

A dire il vero era richiesto anche un ritratto da fare a memoria ma lì il risultato è stato ben peggiore, per cui ve lo risparmio. La povera Elisa non ne usciva bene… ma spero di potermi rifare più avanti, il libro l’ho appena cominciato!

(continua… prima o poi)

Il mio 2009

giovedì 31 dicembre 2009

E così anche quest’anno volge al termine, in un vortice di simmetrie interne ed esterne:

Il mio 2009

Auguro a tutti i lettori di passaggio di concludere al meglio il 2009 con una bella mangiata — dopodiché buon 2010 a tutti!

Sic transit gloria Virginis

venerdì 26 giugno 2009

Da quando non vivo più a Siena, ogni volta che torno c’è sempre un negozio nuovo, una facciata rifatta, una strada coi sensi unici cambiati… All’inizio mi stupivo molto ogni volta, ormai non ci faccio neanche più caso.

Giustamente da quando ci ero stato l’ultima volta, qualche mese fa, è cambiato qualcosina anche a Londra. A parte che non ho fatto neanche in tempo ad atterrare, e già mi sono trovato Stansted mezzo rifatto — come se ce ne fosse stato bisogno!

Dove però mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi è quando sono passato da Oxford Street e ho pensato di fermarmi per la tradizionale giratina al Virgin Megastore. Mica per altro, ma fa sempre piacere sentirsi circondati da tre piani di cd, dvd e videogiochi vari.

Senonché, com’è, come non è, non riuscivo a ritrovarlo. Al suo posto, un orrendo negozio di vestiti che dava tutta l’aria di essere stato allestito alla bell’e meglio in tutta fretta. Incredulo, continuo a passeggiare. Arrivato a Piccadilly, anche lì! Il megastore è chiuso e strachiuso! Fra i vetri impolverati, si intravedono file e file di scaffali vuoti, e malinconici cartelli che indicano a vuoto “Pop”, “Metal”, “Jazz”.

Un tristissimo foglio fotocopiato, appiccicato con lo scotch al vetro, annuncia che la catena è stata messa in amministrazione controllata — lasciando fra l’altro a spasso qualche bel centinaio di persone.

Così, nella mestizia più totale, si abbassa il sipario su quella che era una vera e propria istituzione dell’high street londinese.

Io, giocatore d’azzardo

domenica 18 gennaio 2009

L’estetica del casinò mi ha sempre attirato, non c’è nulla da fare. Mi piacciono le carte, le fiches, le slot machine — proprio come oggetti. Qualche anno fa realizzai pure un set di simboli vettoriali da fruit machine:

Frutta da slot machine

Ciò premesso, la mia carriera di giocatore d’azzardo comincia presto ma finisce altrettanto presto durante una vacanza risalente all’incirca al periodo delle scuole medie. Il viaggio prevedeva un tratto in traghetto — e notoriamente non c’è ferry senza il suo mini casinò, più o meno sfigato. Fuori dall’area vietata ai minori c’erano delle slot machine civetta, alle quali, per un attimo di distrazione (o genialità?) pedagogica, i miei mi consentirono di giocare qualche spicciolo.

Spendendo l’equivalente di pochi euro, durante la serata vinsi una somma per me ragguardevole all’epoca: qualcosa come venti euro. Il dramma è che, dato che  il gioco simulava una roulette, avevo potuto applicare la tattica abbastanza banale di fare un mix di puntate a basso ed alto rischio, per cui mi stava quasi venendo il dubbio di avere avuto qualche altro merito al di là del puro culo.

Durante la vacanza non vedevo l’ora di ritornare sul traghetto. Prima di addormentarmi facevo calcoli su quanta parte del mio capitale avrei dovuto reinvestire, già rammaricandomi di avere quest’unica possibilità di aumentare i miei guadagni. Insomma, ero in piena febbre da gioco.

La sorte mi venne nuovamente incontro. Al ritorno la mia pseudo-roulette non c’era più: evidentemente qualcuno si era accorto di quanto fosse tarata male. E quindi, come se fosse la fine di una puntata di telefilm degli anni ottanta, ci facemmo tutti una risata e il protagonista imparò la lezione.

Tutto questo per dire che se, dopo averci giocato a capodanno, mi sono appassionato di Texas Hold’em (una variante del poker), nessuno si deve preoccupare — anche perché le busco finanche dal computer, sicché capite da soli quanto possa considerare furbo rischiarci dei soldi veri.