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Il giornalino dei mondiali

mercoledì 30 giugno 2010

Il giornalino dei mondiali

Battute che non fanno ridere, caricature che non assomigliano: per chi si fosse chiesto com’era il giornalino sui mondiali che facevo quando avevo nove anni, beh, era più o meno così.

(Per i più duri di comprendonio: cliccare sull’immagine per ingrandirla.)

Campionamenti del Mondo

giovedì 10 giugno 2010

1982 — È il caso di dirlo: se c’ero dormivo. Ma ho sempre ritenuto di buon auspicio cominciare con una vittoria.

1986 — Ricordo solo che Topolino ne fece un gran parlare; io di certo non colsi la portata dell’evento.

1990 — Vittima senza speranza della tempesta mediatica, sommerso da montagne di merchandising,¹ collezionavo religiosamente ogni tipo di inserto speciale e arrivai persino a fare un mio giornalino.² Soprattutto fui contagiato dall’entusiasmo di un fantastico gruppo di amici… dei miei genitori, che organizzarono sontuose cene e tifarono Schillaci fin dall’inizio, prima ancora che esplodesse.

1994 — Passavo dalle medie alle superiori, le partite le vidi quasi tutte fuori casa col mio amico Leonardo, in seguito perso di vista. Ricordo in particolare una sera a casa sua con tutti gli anziani della famiglia seduti intorno al tavolo, un po’ una scena da Bar Sport di altri tempi. Ma la lotteria dei rigori finii per soffrirmela da solo al buio in camera mia — anche per via di certi focolai di tifo avverso presenti in casa (una storia a parte).

1998 — Le superiori volgevano al termine e stavolta la coppia fissa era con Alessandro, con cui ho mantenuto i contatti e che ora, guarda il caso, vive a Londra. La scena memorabile è, senza ombra di dubbio, l’uscita ai rigori contro la Francia: noi due chiusi a chiave in cucina a imprecare e sbattere sedie, sua mamma che da fuori gridava: “Che succede? Aprite! Aprite o sfondo la porta!”

2002 — Già la terza estate pisana che passavo chiuso in casa a studiare, afflitto dal caldo e dalle zanzare. Con la mia invidiata “stazione multimediale” già smantellata da tempo (anche questa è una storia a parte), dovetti ridurmi ad affittare una televisione.³ Proprio per questo è forse il mondiale di cui ho visto più partite, però alla fine non fu nulla più di un rumore di fondo. Non ricordo nemmeno dov’ero quando un bolsissimo Vieri non riuscì a staccarsi da terra di quel tanto che bastava per evitare un beffardo golden gol.⁴

2006 — Questo fu vissuto più pienamente. Stavolta furono la voglia di riscatto, la fiducia nel gruppo e — per quanto mi riguarda — il duraturo sodalizio con la conventicola del Cdr, a valerci il mondiale. La coppa fu festeggiata fra Piazza Garibaldi e il Ponte di Mezzo — ovviamente morti di afa anche a notte inoltrata.

Del 2010 non so che dire se non che vedere l’Inghilterra che festeggia la coppa a Londra sarebbe sicuramente un’esperienza incredibile; oppure mi piacerebbe vedere vincere una squadra che non l’ha mai fatto. Sicuramente, ancora una volta, il Mondiale resterà la cartolina di un altro luogo, di un altro posto, di altre persone.

¹ — Chi si ricorda la palla con gli inni di tutte le squadre? Era fichissima, ma mi durò tre settimane scarse.
² — Di cui ero ovviamente l’unico lettore.
³ — Lo so, fa un po’ impressione a scriverlo.
⁴ — Che, per lo meno, ci evitò di uscire ai rigori per la quarta volta consecutiva.

Sessanta Settanta

lunedì 22 marzo 2010

Amarezza

Porgiamo l’estremo saluto a quel cellulare che mi accompagna fin dall’inizio del blog: to date, di gran lunga il mio acquisto con miglior rapporto soddisfazione/tempo-impiegato-a-decidere.

La smaterializzazione della high street inglese

giovedì 4 marzo 2010

A volte qualcuno dall’Italia mi chiede se e quanto si senta la crisi economica da queste parti. Nel complesso direi che nella vita di tutti i giorni, ora come ora, non si avverte molto; poi certo, se uno vuole andarsi a cercare i segnali non deve faticare per trovarli. Ad esempio la stagione dei saldi è durata tantissimo, con i negozi erano stracolmi sia di gente che di merce invenduta.

Più drammatiche, però, si stanno rivelando le chiusure di molte catene che facevano ormai parte del panorama della high street inglese, come già avevo accennato. L’anno scorso era stata la volta di Woolworths, una sorta di Upim d’oltremanica, scomparsa di schianto portandosi dietro quasi mille punti vendita (e decine di migliaia di dipendenti). È di poche settimane fa, invece, la dipartita della catena di librerie Borders.

Borders

A Borders ero particolarmente affezionato perché quando ero stato a Cambridge per la tesi era in pratica l’unico negozio che restava aperto dopo le cinque, concedendomi un po’ di rifugio alla fine delle giornate passate in laboratorio. Col tempo però era degenerata e non sapeva più di niente, era diventata la tipica libreria tamarra che non ha un minimo criterio nella presentazione e fa solo sconti a casaccio.

Anche la catena di articoli sportivi Sports World, che sicuramente avrà presente chiunque si sia fatto una girata per Oxford Street, sembra che stia per chiudere.

Sports World

Dico sembra perché a dire il vero sono svariati mesi che si presenta con quest’aria di smobilitazione, ma alla fine è sempre lì.

Tutte queste chiusure però hanno in comune un interessante tratto: i relativi marchi sopravvivono online. Forse quella che stiamo vedendo all’opera in questi anni nelle vie commerciali non è soltanto la crisi ma anche la definitiva maturazione del commercio online. Non a caso, mentre i negozi stringevano i denti per reggere l’urto di un Natale a cinghia tirata, Amazon si godeva beatamente un successo senza precedenti.

Io personalmente faccio la maggior parte degli acquisti non alimentari su internet da svariati anni ormai e mi sono sempre trovato benissimo. Non credo che torneremo indietro — specie nei paesi in cui le spedizioni funzionano. Spiace solo che in centro resteranno, a Londra come a Pisa, soltanto negozi di vestiti.

Corso di disegno / 1

giovedì 11 febbraio 2010

La prenderò alla lontana.

Tanti anni fa, io e l’amico G.S. decidemmo di seguire un corso di fumetto. Il corso era chiaramente amatoriale, tant’è che si teneva presso un centro di discipline olistiche. Sulla competenza dell’insegnante poteva essere legittimo nutrire dei dubbi, specie quando la direttrice ci disse che era suo fratello. Dico la verità: mi immaginai che di lì a poco avremmo visto entrare un adolescente brufoloso con la maglietta dell’Uomo Ragno e tonnellate di fanzine che spuntavano da uno zaino Invicta.

E quanto mi sbagliavo. Ad entrare, infatti, fu nientemeno che GiPi! Allora era ancora sconosciuto ai più, ma di lì a poco sarebbe diventato una star internazionale del fumetto.

◊ ♦ ◊

Il povero GiPi, per quanto persona umilissima e alla mano, si rese però subito conto del materiale umano che aveva a disposizione — pertanto l’attenzione del corso si spostò molto velocemente dal fumetto al disegno tout court.

Fu in quella occasione che venni a conoscenza del libro “Disegnare con la parte destra del cervello”. L’autrice, tale Betty Edwards, dopo una lunga esperienza di insegnamento, si rese conto del fatto che la gente in genere disegna male non tanto per mancanza di talento o di mano, ma perché si lascia guidare dalla propria parte analitica.

Nel disegno dal vivo, per dire, ci viene spontaneo scomporre l’immagine semanticamente: quella è una casa, quella è una persona, quello è un albero. La mano, quindi, non riceve più l’istruzione “disegna le forme che stai vedendo”, ma “disegna un albero, poi disegna una casa”, e si lascia fatalmente condizionare dalla nostra visione stereotipata ed idealizzata degli oggetti in questione.

Per farla breve, mi era sempre rimasta la curiosità di leggere questo famoso libro e finalmente qualche settimana fa mi sono tolto lo sfizio e me lo sono comprato. Ecco l’autoritratto allo specchio che ho fatto come primo esercizio:

Autoritratto allo specchio

A dire il vero era richiesto anche un ritratto da fare a memoria ma lì il risultato è stato ben peggiore, per cui ve lo risparmio. La povera Elisa non ne usciva bene… ma spero di potermi rifare più avanti, il libro l’ho appena cominciato!

(continua… prima o poi)