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La nascita del caffè rosso

mercoledì 19 maggio 2010

Con la sorpresa tipica dell’italiano abituato ad una concezione puramente artigianale della ristorazione, ho scoperto che possono esistere catene di ristoranti che — invece di farti sentire parte di una catena di montaggio alimentare — riescono ad offrire cibo tutto sommato dignitoso in un’atmosfera piacevole.

Uno di questi posti è la catena di bistrot francesizzanti Café Rouge, con i suoi locali inevitabilmente tappezzati di Chat Noir, con decine di piccole lampade che fanno molto “locale raccolto” e coi muri pieni di stencil e di occasionali scritte che riportano motti o massime innocue per rinfrancar lo spirito fra una portata e l’altra. Quando sei fuori dalle tue zone e ti assale quell’improvvisa voglia di croque madame, quelle vetrofanie dorate fra gli infissi rossi appaiono in genere come un miraggio all’orizzonte.

Ho assistito negli ultimi tempi alla nascita di una nuova filiale vicino alla metro di Leicester Square. Di mattina in mattina, ho visto gli operai prima intonacare, poi installare un bancone, poi mettere i vetri con lo scotch sopra messo a X, e via dicendo. Poi è stata la volta dell’insegna, poi delle già citate scritte sul vetro.

Poi un giorno, all’improvviso, il posto era sbocciato come un fiore. Il grigiore del cantiere non c’era più — sulle pareti ora giallo paglierino erano arrivate le lampade, si erano accasati gli chat noir, erano comparse le scritte… Ma erano stati sempre loro, gli operai, a metterceli.

Confesso che ci sono rimasto un po’ male. Certo, lo sai bene che sono arredati tutti allo stesso modo, che i poster comunque ti arrivano dalla sede centrale, che le lampade sono state comprate all’ingrosso e riposano in un enorme hangar in qualche area industriale, pronte a partire verso la prossima apertura di filiale a bordo di tir polverosi e per nulla bohémienne. Ma immaginavo lo stesso che ci fosse un po’ di margine di manovra, che il caponegozio potesse decidere se il poster tale piazzarlo lì e se il paralume metterlo in un modo o nell’altro.

Il giorno dopo, seduti sparsi per il locale come una scolaresca in gita, il plotone dei nuovi camerieri, in borghese, ascoltava le direzioni del caposala. Attraverso il vetro ho percepito un pochino, nonostante la prospettiva decisamente diversa, quell’eccitazione tipica del primo giorno di scuola.

Il giorno dopo ancora, i camerieri erano vestiti di tutto punto e già all’opera, mentre ai tavoli erano già seduti gli ultimi tasselli del mosaico: i clienti. E per un attimo anche loro mi sono sembrati messi lì dagli operai.

Birmingham e la fabbrica di cioccolato

mercoledì 12 maggio 2010

Stanca di non trovare il biglietto d’oro nonostante il prolungato e assiduo impegno, Elisa ha sbottato: “basta ci andiamo lo stesso!”

E così una domenica mattina ci siamo ritrovati a sonnecchiare, invece che nel letto, su un pendolino diretto a Birmingham.

Da lì poi ci siamo diretti verso lo stabilimento dell’azienda dolciaria Cadbury, forse un po’ sconosciuta dalle nostre parti ma orgoglio nazionale qui.

La stazione è inconfondibile, interamente di colore viola — che non è il colore sociale soltanto di quegli altri. Siamo a Bournville, ridente villaggio costruito a suo tempo dal signor Cadbury in persona per i suoi operai, onde sottrarli alle difficoltà della frenetica vita cittadina. Un’imprenditoria romantica cui non siamo più abituati: poco più di un secolo dopo, sono le impalpabili e fredde operazioni finanziarie a tenere banco, con la società che viene acquisita da una multinazionale.

Il percorso interno è come te lo immagineresti: una parte didattica introduttiva con la storia della cioccolata e della Cadbury, seguita da una parte — molto interessante — dove spiegano come nascono i vari prodotti. Infine la parte cui tenevo di più: una sbirciata alla fabbrica vera, dove vediamo la mia adorata Fruit & Nut durante l’operazione di packaging.

Alla fine facciamo rientro a casa in tarda serata con la bocca un po’ allappata e una busta piena di souvenir, del tipo che preferiamo: quelli commestibili.

Tea lovers

mercoledì 27 gennaio 2010

Tea Lovers

Per la serie “persone che assomigliano a cose”: il riferimento è ad una pubblicità progresso contro gli sprechi di cibo, che vede varie persone le cui capigliature ricordano quelle dei cibi da loro amati. Fra i migliori spiccano l’agnello, la pasta, ma soprattutto il mitologico uomo patata.

Lo slogan si riferisce ad una curiosa e — lo ammetto — tardiva scoperta. La premessa è che sia io che Elisa beviamo molto tè, tipicamente con un po’ di succo di limone e dosi più (io) o meno (lei) abbondanti di miele. Il vero cultore in genere inorridisce, sostenendo che vada bevuto scuro; tuttavia riconosce il miele come accettabile compromesso, tollerando tutto al più lo zucchero di canna e decisamente scuotendo la testa di fronte allo zucchero bianco.

Fast forward to 2010, ed eccomi in un ufficio di patiti del tè. Ogni tanto si alza qualcuno, prende un vassoio, ritira le mug da ogni scrivania, e dopo qualche minuto torna con le tazze fumanti. Ebbene: il primo giorno, quando varie persone nel corso della giornata mi hanno chiesto come lo volevo e ho risposto “col miele”, tutti mi hanno restituito uno sguardo assai perplesso, e in finale sono stato preso per una persona curiosamente eccentrica. Non ho neanche avuto cuore di tirare in ballo il limone onestamente.

Insomma la scoperta è che qui, a quanto pare, il tè si beve solo ed esclusivamente col latte — cosa che mi turba alquanto. Prima o poi proverò anch’io — ammesso che nel frattempo non smetta proprio, perché qua in questo vortice di tazze che vanno e vengono, nonché in questo susseguirsi di pranzi cinesi/giapponesi, il mio consumo comincia a vertere sul versante dell’abuso!

Il ritratto della felicità

mercoledì 1 luglio 2009

A volte basta così poco:

La quiete prima della tempesta

Lo zio _dave_ consiglia: Baozi Inn, a Chinatown.

Lettera aperta all’amico Ristoratore

martedì 2 giugno 2009

Caro amico Ristoratore,

tu sai che il rapporto che ci lega da tempo immemore, lungi dall’esaurirsi nel mero scambio di cibo con denaro, si articola in una profonda stima e simpatia reciproca.

Ad esempio io, da parte mia, prenoto col nome vero; disdico la prenotazione se non vengo; rispetto i tuoi camerieri; in bagno faccio del mio meglio per centrare la tazza; e se sono soddisfatto del cibo ci tengo a fartelo sapere.

(C’è chi maligna su una mia presunta manella tirata al momento di lasciare mance — ma lasciamo stare, penso che tu riconosca che situazioni diverse richiedono comportamenti diversi.)

Tu, per contro, non ti limiti a fornirmi quel cibo che contribuisce a sostenere la mia vita e ad allargare il mio giro-vita. Eh no! Tu fai del tuo meglio per regalarmi un’esperienza, un’atmosfera. Ci metti quel qualcosa in più che mi fa uscire felice di casa, che mi fa pregustare con aria sognante la cena e la compagnia dei miei amici o dei miei cari.

Ecco. È proprio su questo punto, mio caro amico Risoratore, che ti invito a riflettere.

Ultimamente, a tavola, mi capita di parlare con persone imbabolate, ipnotizzate, che si distraggono facilmente e rispondono a monosillabi. Io stesso, talvolta, faccio come loro.

Oppure mi tocca sentire gente che litiga, o vedere giornalisti untuosi che presentano i loro ospiti. Due fra le cose che più mi irritano al mondo.

In altre parole, amico Ristoratore: …come cazzo ti è venuto di mettere la tv in sala?!

Capisco che un tuo cliente voglia vedersi con la coda dell’occhio la finale di Champions League, e guarda: arrivo a capire anche che uno voglia vedersi la serata finale del Festival di Sanremo!

Ma sinceramente non riesco a credere che ci sia qualcuno che non riesce a perdersi, per dire, una puntata della trasmissione sui record, e trovi anzi piacere a mangiare mentre sullo schermo scorrono le immagini di persone ricoperte di scarafaggi, tanto per dirne una.

E se esiste gente così, che se ne resti a casa!

… e se non vogliono restarsene a casa loro, vorrà dire che ci resterò io.

Tuo,

Buona Forchetta