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Zumma zumma baccalà

mercoledì 4 novembre 2009

Benvenuti all’angolo dell’orgoglio geek. Questa settimana parliamo di fotocamere digitali.

Morta una macchina foto se ne fa un’altra. Non prima di mesi e mesi di approfondite ricerche su Internet, of course. Alla fine ho deciso di cambiare un po’ genere e puntare su una macchina che, pur restando una point & shoot compatta, mi desse un buono zoom. Alla fine la scelta è caduta sulla Panasonic Lumix Tz6, e questi sono i risultati. Da così (grandangolo):

Grandangolo

a così (zoom 12x):

Zoom

Niente male no?

Ma sentite questa: l’ho comprata su Internet ad ottimo prezzo presso un sito che oltre al modello normale ne offriva una versione “reboxed” con un ulteriore sconto di 20 pound: in sostanza essendosi danneggiata la scatola originale, l’avrebbero spedita in un imballaggio anonimo. Si poteva temere che fosse danneggiato anche il contenuto, però ho deciso di correre il rischio abbastanza serenamente — in fondo anche qui c’è il recesso, eh.

Quando è arrivata a dire il vero ero un po’ teso. Però poi non solo era perfettamente integra e nuova di zecca… ma era anche la Tz7! E cioè la ben più cara sorella maggiore, che, in più, fa anche i filmati in hd come avete avuto modo di apprezzare qualche giorno fa.

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Purtroppo si può zoomare quanto si vuole ma se si è abbastanza baccalà da non portarsi dietro l’oggetto quando serve, la tecnologia nulla può. E quindi quando la settimana scorsa sono andato a sentire Jorge Cham fare la sua presentazione su “The Power of Procrastination”, in un’aula gremita di gente, tutto ciò che sono riuscito a portarmi a casa sono: numero una foto sul cellulare (ivi intrappolata causa mancanza di collegamento Bluetooth) e il quarto volume di PhdComics debitamente autografato:

PhD Comics

Stavo per aggiungere che mi sono portato a casa anche un’ora di continue risate e divertimento, ma chi voglio prendere in giro? Se non c’è la foto non è successo.

Flat tales / 3

sabato 17 ottobre 2009

Immaginate la scena al rallentatore: l’agente immobiliare, di fronte a noi, apre pian piano la porta. A poco a poco, il vano abitativo comincia a svelarsi. Nebulosamente intravediamo superfici che sanno di nuovo, di pulito. Sui nostri volti stanchi comincia a dipingersi un sentimento ormai affievolitosi: la speranza. Sentiamo quasi in lontananza una musica di violini che comincia ad alzarsi, per celebrare il momento — forse abbiamo finalmente trovato casa?

Ma — tac! — la porta si blocca. Non si apre più. Non si spalanca a mostrarci il resto dell’appartamento, e per un semplice motivo. È tutto lì. Fine.

Entriamo impietriti. Il monolocale è presto descritto: una stanza stretta leggermente allungata, che per la prima metà ha un soppalco che ospita un letto. Più che un letto lo chiamerei un materasso poggiato per terra, e credo che alzando un braccio da disteso toccherei agevolmente il soffitto. C’è un angolo cottura, una poltrona, una tv incastrata sotto le scalette del soppalco. Il bagno è una cabina in cui penso che una persona leggermente sovrappeso farebbe fatica a entrare. Il cesso è di quelli mignon, accorciàti. Il lavandino sembra uno scherzo — uno scherzo peraltro molto in voga da queste parti.

L’agente ci mostrerà poi qualche altro appartamento leggermente più grande, ma più li guardiamo e più ci rendiamo conto che sono basati tutti sullo stesso meccanismo. Veniamo a sapere infatti che l’agenzia è direttamente proprietaria degli immobili: compra decine di villette, poi le sventra e ne ricava dieci, venti micro-appartamenti in ognuna. Grazie alle economie di scala, può permettersi di arredarle in maniera gradevole, rinnovarle in blocco appena un inquilino lascia, e via dicendo. Per chi conosce lo stato in cui ti vengono in genere presentate le case a Londra, queste sembrano un paradiso.

Poi però, ad una seconda occhiata, ti accorgi che non sono solo piccole, ma sono proprio pensate male — come se dovessero impressionare a prima vista affittuari frettolosi, e non veramente soddisfare le loro esigenze abitative. Fumo senza arrosto. Non ci sono armadi, per dire, né c’è posto dove metterne uno di fortuna: un dettaglio in grado di mettere in ginocchio anche chi fashion victim non è. Non c’è un tavolo — e sì che sembrano rivolgersi prevalentemente a studenti. Il frigorifero sembra un giocattolo, il lavandino della cucina magari si trova nell’angolo — comodo!

Ultima chicca, la lavatrice. Dov’è? Non vi preoccupate, c’è. Sì ma dove? Semplice, è nel basement. Su nostra insistenza ci viene alla fine mostrata, chiusa in uno sgabuzzino, una normale lavatrice, pronta a soddisfare i bisogni di un’intera casa… convertita in condominio.

(continua)

Flat tales / 1

venerdì 9 ottobre 2009

Sulla ricerca di un alloggio a Londra, pensavo di aver già appreso tutto la volta scorsa — ma all’epoca, essendo da solo, puntavo al cosiddetto flatshare, cioè in soldoni quella che da noi è “la singola in casa con altri”.  In quel caso Internet era stato utile nonché sufficiente.

Stavolta invece, nel fine settimana passato a spulciare speranzosi vari siti di annunci, abbiamo sì trovato molte proposte interessanti, ma, purtroppo, per metà risulteranno essere truffe: gente che, una volta contattata per e-mail, risponde che al momento stanno facendo pratica medica in… Italia (?!) o Cina (!!) e che quindi prima di prendersi la briga di tornare per firmare il contratto vogliono un anticipo in denaro per essere sicuri della serietà dell’acquirente. Tutto questo ovviamente senza far visionare la casa prima e richiedendo i soldi tramite servizi di money transfer anonimi. Ora mi si potrà anche accusare di non essere the brightest crayon in the box, però prima di cadere a piè pari in un tranello simile, francamente, ce ne corre.

L’altra metà degli annunci sono in realtà postati da agenzie. In questo caso non si tratta di una vera e propria truffa — semmai è un po’ disonesto non qualificarsi esplicitamente in quanto tali. Inoltre, nel 90% dei casi, la casa che vedi nell’annuncio “purtroppo non è più disponibile”, ma guardacaso ne hanno sempre altre un po’ più care e un po’ più lontane da farti vedere.

Prima di gettarci fra le braccia delle agenzie, però, facciamo il disperato tentativo di mettere noi un annuncio. Di risposte ne arrivano parecchie, anche se molte di queste — ci credereste? — vengono da medical practicioners che purtroppo al momento non si trovano sul suolo patrio…

(continua)

Come riavviare l’economia in tempo di crisi

giovedì 9 aprile 2009

Piano A

1. Individua un distributore di benzina di quella multinazionale che sponsorizzava anche i veicoli delle costruzioni con cui giocavi da piccolo.

2. Inserisci 20€.

3. Prendi la pistola della benzina e accorgiti che il distributore l’ha finita.

4. Fatti prendere dal panico.

5. Non pensare al fatto che attendendo il timeout la macchinetta erogherebbe una ricevuta di credito.

6. Decidi piuttosto di prelevare la costosissima benzina “per macchine sportive”.

Passo bonus:

7. Di fronte agli amici che ti deridono, fingi di sentire il motore “molto più brillante del solito”.

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Piano B

1. Scopri che il costo della memoria RAM è crollato.

2. Acquista due banchi da 2 Gigabyte l’uno per rimpinguare il tuo portatile.

3. (opzionale) Fatteli spedire nella città sbagliata.

4. Installali e riavvia.

5. Scopri che la scheda madre non ne supporta più di 3.

Passo bonus:

6. Di fronte agli amici che ti deridono, fingi di sentire il portatile “molto più brillante del solito”.

Er Mosè de noantri

venerdì 27 giugno 2008

Ho finalmente scoperto che si chiamano Belisha beacon, mentre non sono ancora riuscito a sapere a quale orrenda punizione corporale si va incontro violandoli — ma, se tanto mi dà tanto, dev’essere piuttosto dolorosa.

Ma partiamo dall’inizio. I ritmi pigri della mia vita pisana, uniti al traffico nervosetto dei lungarni, mi hanno portato ad attraversare le strade, laddove non vi sia il semaforo, nel seguente modo. Mi avvicino alle strisce pedonali, perso nel mondo dei sogni; con la testa fra le nuvole, penso ai fatti miei finché non percepisco un vuoto nel flusso di automobili; a quel punto abbasso lentamente la testa per verificare che tale vuoto sia effettivamente in essere e, soprattutto, che non vi sia all’orizzonte la fin troppo frequente macchina che accelera istericamente a tavoletta, all’urlo di: “eh no, pedone di merda, non vorrai mica passare proprio davanti a me!”

Al che posso finalmente attraversare. L’intera operazione può arrivare a durare anche svariati minuti, ma che mi arrabbio a fare? Io non ho fretta, sa il cielo dove correte voi… andate, andate!

A Londra la maggior parte degli attraversamenti pedonali è col semaforo, per cui il problema non si pone.

La prima volta però che mi sono trovato davanti a delle strisce senza semaforo stavo dunque cominciando il lungo attraversamento alla pisana… ma come mi sono girato verso la strada, nel momento stesso in cui il mio corpo ha lontanamente cominciato a manifestare l’intenzione di attraversare, il traffico si è completamente paralizzato. Auto, tir, pullman… tutti fermi ad aspettare questo pirlozzo imbambolato che stava fermo sul marciapiede.

È stato lì che mi sono ricordato del grande potere dei Belisha beacons, cioè i lampioni lampeggianti arancioni che delimitano gli attraversamenti in UK. Si vede che se tagli la strada a un pedone di fronte a un Belisha ti staccano le unghie o ti cavano un occhio — non riesco a immaginarmi una tale osservanza delle regole al solo prospetto del ritiro della patente.