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Il sabato della metropoli

sabato 2 agosto 2008

Il sabato sera è il momento più darwiniano della settimana. In certi frangenti basta guardare la gente che parte spontaneamente il commento di Quark in sottofondo.

Nella riserva naturale di Londra centro, tanto per dire, il sabato sera si svolge nel seguente modo. Le ragazze, indipendentemente dalla stagione, si vestono con abiti da sera minuscoli e tiratissimi, stile capodanno, oppure con vestitini pastello svolazzanti, scollati e comunque molto corti. Non sono ammesse altre fogge.

Escono in mandrie di cinque o sei esemplari, tutte barcollanti insieme, vuoi per l’alcool, vuoi perché proprio non sanno camminare coi tacchi a spillo. A dire il vero non è raro vederle scalze con le scarpe in mano, specie quando l’ora si fa tarda — così com’è facile vederle tranquillamente sedute in cerchio chiappe a terra, come bambini su un prato. Un prato un po’ sporchino però.

Spesso questi gruppi si muovono insieme con grande nonché insistito schiamazzo e, se l’occasione è speciale, con qualche segno distintivo ben esibito come: orecchie da coniglietta, sciarpe di piume rosa, ali da farfalla o da fatina, diademi e così via. Così tutti devono girarsi a chiedersi: sarà un diciottesimo? Sarà un addio al celibato?

Tendenzialmente non si mangia molto prima di andare nei club — semmai si beve. Quando si esce, però, c’è quel languorino che va proprio saziato. E cosa c’è di meglio per rifocillarsi se non un bel hot dog strafarcito di cipolla, che aromatizza l’alito e sul vestito da sera sta proprio bene?

In compenso il truzzo cockney maschio non è tanto appariscente: in linea di massima con un paio di jeans e una camicia aderente si considera a posto. Se proprio vuole fare il figo, va a sfoggiare la sua macchina in zona Piccadilly: e infatti se volete rifarvi gli occhi di Ferrari e Lamborghini il sabato sera a Regent Street è meglio del Motor Show.

Aggiungere anche l’intenso traffico di limousine in affitto, molto gettonate dai gruppi di giovanissime, che si divertono a salutare dai finestrini. I più grandi invece arrivano ad affittare interi autobus a due piani, per fare party ambulanti.

Perché si sa: il punto non è divertirsi, ma far pensare agli altri che lo stai facendo!

Il mondo è fatto ad ascensori

mercoledì 30 luglio 2008

E, com’è noto, c’è chi scende e c’è chi sale.

The shaft

Ma, attenzione, non al primo piano!

Spiegazione: le aule e i laboratori si trovano al primo piano, mentre gli uffici di professori e ricercatori si trovano nei piani superiori — quinto e sesto nel caso di informatica.

Già l’avete capito: in periodo di lezioni, l’ascensore era sempre occupato da studenti che facevano su e giù dal primo piano per evitarsi un’unica rampa di scale, impedendo al resto del personale di raggiungere il proprio ufficio o lasciando loro la sola prospettiva di farsi sei piani a piedi.

Soluzione: al primo piano ci vai solo se hai la carta autorizzata, bello!

◊ ◊ ◊

Anche se, vi dico la verità, la mia prima reazione a questa notizia era stata: sei piani di scale, e che saranno mai!

Quando poi ho visto che a vedere il numero sei ci arrivavo lingua a terra, ansimante, col giramento di testa e le gambe tremule, mi sono detto: ok, ora tu queste scale te le farai almeno una volta al giorno.

Scale di emergenza

E così è stato. Ora dopo questo strenuo allenamento arrivo su noncurante della calura e dell’effetto serra — anche se un po’ sudaticcio.

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Tornando agli ascensori, invece, devo dire che la loro inaffidabilità getta un po’ di ironico discredito sull’informatica stessa, le cui migliori menti essi dovrebbero trasportare quotidianamente.

A volte, per dire, l’ascensore si confonde e dice, a voce, un piano diverso da quello a cui è arrivato. E fin qui pazienza.

Altra cosa carina è che a volte i tasti danno feedback acustico senza che la loro pressione abbia sortito alcun effetto. Ne premi uno, senti il bip… ma l’ascensore resta fermo finché non lo premi di nuovo, un po’ più a fondo.

Pulsantiera

La cosa migliore è quando le porte non si chiudono del tutto, lasciando un paio di centimetri di spiraglio. Un cicalino fastidiosissimo comincia a suonare all’impazzata, al che persone generalmente composte sfoderano un’insospettata forza erculea e provano, fra atroci sforzi, a chiuderle a mano. Spassosissimo.

Mi sembra quasi di vederlo, il povero stagista al secondo anno di università, che nel giro di due mesi viene messo a programmare la centralina dell’ascensore, senza alcun tipo di istruzione formale a monte (”troverai tutto quello che ti serve su Google!”) e senza uno straccio di controllo di qualità a valle (”bah, sembra funzionare, ora installiamolo su tutti i nuovi modelli!”)…

Bip!

Take it easy

giovedì 10 luglio 2008

Visita al castello di Windsor, usciamo tardi e affamati, piove a dirotto. Sì, febbraio era meglio di luglio, da questo punto di vista — ma lasciamo perdere.

Nel paesino, turistico ma carino, troviamo questo simpatico posto che sfida le mie precarie conoscenze di statica.

Crooked House

Tuttavia decidiamo di non sfidare la mia precaria fiducia nella statica e, percorrendo quella che si dichiara fieramente “la strada più corta del Regno Unito”, ci infiliamo in un altrettanto simpatico pub.

Si mangia, si beve, si ride. Ad un certo punto la pioggia aumenta e all’improvviso sento uno scroscio alle mie spalle. Pensavo che fosse una diligente grondaia nell’atto di indirizzare un fiotto d’acqua torrenziale in strada. Invece era sì un fiotto, però dentro il locale, fra l’altro infiltrato dal piano di sopra.

Mi precipito ad avvertire i rubicondi baristi che, divertìti, mi degnano a malapena di una risata. Uno, per curiosità, si affaccia dal bancone per vedere la cosa, gustandosela con un bel sorrisone goduto.

Nel frattempo il fiotto irrora violentemente il sedile di pelle, il tavolo, la moquette. Schizzi dappertutto. Un gruppo di avventori seduti in quel preciso punto se ne era andato per caso pochi minuti prima.

Da una parte questo atteggiamento rilassato nei confronti della mala sorte e del danno materiale lo condivido, la vita è breve e non vale la pena farsi venire il sangue acido per così poco. Però ecco, se poi il pub comincia a pendere di trenta gradi verso la strada, io non ci torno, tutto qui!

Er Mosè de noantri

venerdì 27 giugno 2008

Ho finalmente scoperto che si chiamano Belisha beacon, mentre non sono ancora riuscito a sapere a quale orrenda punizione corporale si va incontro violandoli — ma, se tanto mi dà tanto, dev’essere piuttosto dolorosa.

Ma partiamo dall’inizio. I ritmi pigri della mia vita pisana, uniti al traffico nervosetto dei lungarni, mi hanno portato ad attraversare le strade, laddove non vi sia il semaforo, nel seguente modo. Mi avvicino alle strisce pedonali, perso nel mondo dei sogni; con la testa fra le nuvole, penso ai fatti miei finché non percepisco un vuoto nel flusso di automobili; a quel punto abbasso lentamente la testa per verificare che tale vuoto sia effettivamente in essere e, soprattutto, che non vi sia all’orizzonte la fin troppo frequente macchina che accelera istericamente a tavoletta, all’urlo di: “eh no, pedone di merda, non vorrai mica passare proprio davanti a me!”

Al che posso finalmente attraversare. L’intera operazione può arrivare a durare anche svariati minuti, ma che mi arrabbio a fare? Io non ho fretta, sa il cielo dove correte voi… andate, andate!

A Londra la maggior parte degli attraversamenti pedonali è col semaforo, per cui il problema non si pone.

La prima volta però che mi sono trovato davanti a delle strisce senza semaforo stavo dunque cominciando il lungo attraversamento alla pisana… ma come mi sono girato verso la strada, nel momento stesso in cui il mio corpo ha lontanamente cominciato a manifestare l’intenzione di attraversare, il traffico si è completamente paralizzato. Auto, tir, pullman… tutti fermi ad aspettare questo pirlozzo imbambolato che stava fermo sul marciapiede.

È stato lì che mi sono ricordato del grande potere dei Belisha beacons, cioè i lampioni lampeggianti arancioni che delimitano gli attraversamenti in UK. Si vede che se tagli la strada a un pedone di fronte a un Belisha ti staccano le unghie o ti cavano un occhio — non riesco a immaginarmi una tale osservanza delle regole al solo prospetto del ritiro della patente.

Spigolature aeree

domenica 15 giugno 2008

Una donna ne spoglia un’altra, un indumento per volta. Prima il giacchetto, poi gli stivali. Poi è la volta della cintura. Alla fine la avvicina a sé e comincia a toccarla. Prima le braccia, poi il busto, poi anche le gambe.

Scene tratte da un film osé? No, ordinaria amministrazione al controllo sicurezza. Ma c’è anche chi ha piacere ad assistervi, dopo mezz’ora di fila in piedi.

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Per qualche motivo che non mi è del tutto chiaro, la composizione degli aerei tende a polarizzarsi: i passeggeri o sono quasi tutti italiani o quasi tutti inglesi. Del primo caso è facile accorgersi appena arrivati al gate, per la quantità e le dimensioni degli occhiali da sole presenti, entrambe abnormi. Anche il clima da gita scolastica dice qualcosa.

Per i meno attenti basta attendere l’atterraggio: se il numero di italiani presenti supera una certa soglia critica, parte l’applauso scrosciante per il pilota.

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La Ryanair non assegna i posti a sedere ma chi fa il check in online entra nell’aereo col primo gruppo. È facile allora ottenere un posto con le giuste caratteristiche — nel mio caso un posto lato finestrino davanti all’ala che altrimenti para la visuale.

Però il rischio è alto: chi si siederà accanto a te? La terribile famiglia col bambino? La coppia chiacchierona? Il gruppo di italiani chiassosi non lo temo tanto perché si mettono in fondo come si faceva a scuola.

L’ideale è trovare un posto libero contornato da persone che stanno già leggendo. Leggermente più rischioso è scegliere la fila che ha già il posto lato corridoio occupato: con un po’ di fortuna non si siederà nessuno in mezzo e poi, anche se dovesse accadere, sarà probabilmente un viaggiatore solitario.

Una volta ci si è piazzato una specie di culturista: ho dovuto fare tutto il viaggio storto. Battaglia persa… ma la guerra continua!