Sessanta Settanta
lunedì 22 marzo 2010Porgiamo l’estremo saluto a quel cellulare che mi accompagna fin dall’inizio del blog: to date, di gran lunga il mio acquisto con miglior rapporto soddisfazione/tempo-impiegato-a-decidere.
Porgiamo l’estremo saluto a quel cellulare che mi accompagna fin dall’inizio del blog: to date, di gran lunga il mio acquisto con miglior rapporto soddisfazione/tempo-impiegato-a-decidere.
A volte qualcuno dall’Italia mi chiede se e quanto si senta la crisi economica da queste parti. Nel complesso direi che nella vita di tutti i giorni, ora come ora, non si avverte molto; poi certo, se uno vuole andarsi a cercare i segnali non deve faticare per trovarli. Ad esempio la stagione dei saldi è durata tantissimo, con i negozi erano stracolmi sia di gente che di merce invenduta.
Più drammatiche, però, si stanno rivelando le chiusure di molte catene che facevano ormai parte del panorama della high street inglese, come già avevo accennato. L’anno scorso era stata la volta di Woolworths, una sorta di Upim d’oltremanica, scomparsa di schianto portandosi dietro quasi mille punti vendita (e decine di migliaia di dipendenti). È di poche settimane fa, invece, la dipartita della catena di librerie Borders.
A Borders ero particolarmente affezionato perché quando ero stato a Cambridge per la tesi era in pratica l’unico negozio che restava aperto dopo le cinque, concedendomi un po’ di rifugio alla fine delle giornate passate in laboratorio. Col tempo però era degenerata e non sapeva più di niente, era diventata la tipica libreria tamarra che non ha un minimo criterio nella presentazione e fa solo sconti a casaccio.
Anche la catena di articoli sportivi Sports World, che sicuramente avrà presente chiunque si sia fatto una girata per Oxford Street, sembra che stia per chiudere.
Dico sembra perché a dire il vero sono svariati mesi che si presenta con quest’aria di smobilitazione, ma alla fine è sempre lì.
Tutte queste chiusure però hanno in comune un interessante tratto: i relativi marchi sopravvivono online. Forse quella che stiamo vedendo all’opera in questi anni nelle vie commerciali non è soltanto la crisi ma anche la definitiva maturazione del commercio online. Non a caso, mentre i negozi stringevano i denti per reggere l’urto di un Natale a cinghia tirata, Amazon si godeva beatamente un successo senza precedenti.
Io personalmente faccio la maggior parte degli acquisti non alimentari su internet da svariati anni ormai e mi sono sempre trovato benissimo. Non credo che torneremo indietro — specie nei paesi in cui le spedizioni funzionano. Spiace solo che in centro resteranno, a Londra come a Pisa, soltanto negozi di vestiti.
Da quando non vivo più a Siena, ogni volta che torno c’è sempre un negozio nuovo, una facciata rifatta, una strada coi sensi unici cambiati… All’inizio mi stupivo molto ogni volta, ormai non ci faccio neanche più caso.
Giustamente da quando ci ero stato l’ultima volta, qualche mese fa, è cambiato qualcosina anche a Londra. A parte che non ho fatto neanche in tempo ad atterrare, e già mi sono trovato Stansted mezzo rifatto — come se ce ne fosse stato bisogno!
Dove però mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi è quando sono passato da Oxford Street e ho pensato di fermarmi per la tradizionale giratina al Virgin Megastore. Mica per altro, ma fa sempre piacere sentirsi circondati da tre piani di cd, dvd e videogiochi vari.
Senonché, com’è, come non è, non riuscivo a ritrovarlo. Al suo posto, un orrendo negozio di vestiti che dava tutta l’aria di essere stato allestito alla bell’e meglio in tutta fretta. Incredulo, continuo a passeggiare. Arrivato a Piccadilly, anche lì! Il megastore è chiuso e strachiuso! Fra i vetri impolverati, si intravedono file e file di scaffali vuoti, e malinconici cartelli che indicano a vuoto “Pop”, “Metal”, “Jazz”.
Un tristissimo foglio fotocopiato, appiccicato con lo scotch al vetro, annuncia che la catena è stata messa in amministrazione controllata — lasciando fra l’altro a spasso qualche bel centinaio di persone.
Così, nella mestizia più totale, si abbassa il sipario su quella che era una vera e propria istituzione dell’high street londinese.
Stufo di una vita che comunque, a quanto si ricostruisce qua e là da alcuni sporadici accenni, aveva già avuto i suoi momenti piuttosto inusuali e movimentati, tale Giorgio Bettinelli decide di lasciare tutto: dà in affitto il suo appartamento e con quell’introito mensile va a vivere di rendita in un posto sperduto dell’Indonesia. Non una vita di lusso, beninteso, ma una vita fatta di piaceri semplici, in riva al mare, con nuove amicizie, e via dicendo.
Già questa sarebbe stata una storia affascinante.
Senonché dopo qualche mese, in maniera del tutto fortunosa, gli capita fra le mani una Vespa. Il tempo di farci qualche giretto senza meta e subito la fantasia comincia a galoppare. È un attimo. La sua voglia di fuga dalla quotidianità da statica diventa dinamica. Comincia a immaginarsi un viaggio, lungo, in solitaria, che lo porti, in capo a qualche mese, dall’Italia al Vietnam. Da Roma a Saigon, tutto in Vespa! Torna in Italia, si guarda in giro, cerca sponsor per finanziare l’iniziativa, passa giornate a studiare cartine.
Alla fine parte davvero. Quel primo, pazzesco viaggio lo racconta in In Vespa. Un’esperienza del genere può certamente farti scattare diverse molle dentro, anche — avrei pensato — una sensazione di appagamento. Invece, al contrario, ci prende gusto.
Quelli che descrive in Brum Brum e in Rhapsody in Black sono anni veramente incredibili. Sì, anni — perché dopo il primo ha fatto un altro viaggio, più lungo. Poi un altro, più lungo ancora. Fino a culminare con un vero e proprio giro del mondo, che doveva durare tre anni già solo nei piani iniziali.
Mi sembra quasi di vederlo, molto vividamente, mentre passa le giornate su quello scooter con le ruote minuscole, stracarico di bagagli, a volte in mezzo al nulla. Ovviamente ne passa di cotte e di crude, fra compagni (e soprattutto compagne) di viaggi improvvisati, con cui fare un pezzo di strada insieme e poi dividersi di nuovo, lingue imparate o ricordate, posti inimmaginabili, esperienze sorprendenti — sempre guardati con occhi molto umani, alla ricerca delle persone più che dei luoghi.
Ha rischiato anche molto ovviamente. A volte per cazzate: come quella volta all’arrivo del primo viaggio che si stava per rompere la testa cadendo in bagno, in albergo, o quell’altra che si stava per strozzare con una fetta di prosciutto. Altre volte la faccenda era più grave: come quando stava per morire di malaria, e raggiunse l’ospedale in extremis dopo aver guidato un giorno mezzo delirante, più di là che di qua; e soprattutto come quella volta che è stato rapito da guerriglieri congolesi.
Ogni tanto ci pensavo e mi veniva il terrore che, continuando a viaggiare, alla fine me lo sarei ritrovato in un trafiletto di giornale: “viaggiatore italiano muore stupidamente in culo al mondo”. Il lettore distratto, voltando pagina, avrebbe pensato: beh, se l’è cercata, ignorando del tutto l’incredibile esperienza umana che quella persona si sarebbe portata con sé.
Non è andata così, invece. Bettinelli è morto questa settimana all’improvviso, mentre era a casa in Cina, dove abitava da qualche tempo. Aveva da poco pubblicato l’ultimo libro, La Cina in Vespa, che devo ancora leggere. Pare che sia stata un’infezione, non so. Mi dispiace davvero moltissimo.
Un pensiero mi rincuora un po’. Credo che Bettinelli sia una delle pochissime persone che mi vengano in mente che, se avesse saputo in anticipo la data della propria morte, non avrebbe cambiato una virgola della propria vita.