Post con tag ‘locali’

Il barista in canottiera

venerdì 5 febbraio 2010

Qualche giorno fa, uscito dal lavoro, mi sono incontrato con un amico che, velocemente di passaggio da Londra, voleva farsi una giratina in zona centrale. Visto l’orario e il contesto, ci è parsa d’uopo la puntata al pub.

“In che pub andiamo?”

“Boh, qui a Soho ce ne sono tanti… scegliamone uno a caso” rispondo io con nonchalance.

Per l’appunto ne scegliamo uno a caso, in cui non ero mai stato; entriamo, e ci mettiamo in fila al bancone.

“Ma questo barista… in canottiera…” fa lui dopo un po’, perplesso.

“Eh sì, da queste parti hanno sempre caldo”, rispondo io, distrattamente. Poi mi giro verso il bancone e lo vedo, il barista: fisico palestrato, aveva una specie di maglietta completamente aperta sui fianchi, leggermente ambigua. Vedo anche l’altro barista: un ragazzo al contrario longilineo, quasi efebico, anche lui non certo il solito oste da pub.

Mi giro lentamente intorno e… sì, tutti uomini. Di mezza età per giunta.

“Beh”, sentenzio, birra in mano: “anche questa è una tipica esperienza londinese.”

L’insopportabile gruppo di supporto

lunedì 29 giugno 2009

È facile sparare a zero sull’arte contemporanea, talmente facile che è uno sport che non mi ha mai appassionato — anche perché in genere sfocia molto facilmente in una compiaciuta autoassoluzione della propria ignoranza, condita da abbondanti dosi di banalità e luoghi comuni. E fra l’altro, se uno si volta indietro, vede che raramente la storia ha dato ragione a questo atteggiamento.

Ciò detto, qualche sera fa mi sono incontrato col vecchio amico Curi, compagno di tante avventure, in un simpatico localino a nord di Shoreditch, specializzato in musica dal vivo. Il programma del mese aveva una certa propensione per la musica di improvvisazione, mentre la serata presentava nella fattispecie due chitarristi portoghesi — per cui mi aspettavo un qualcosa di simile al jazz, condito con tanti begli assoli virtuosistici di chitarra.

A cominciare c’era invece una sorta di gruppo di supporto, composto da un sassofonista e due specie di tecnici del suono che armeggiavano alle sue spalle su due consolle. L’idea di cominciare con un po’ di sassofono non mi dispiaceva, devo dire la verità. Questa serata di musica dal vivo si presentava proprio bene.

Quando il gruppo comincia, però, ci deve essere qualche problema con l’audio perché si sente un bruttissimo fischio. Qualche cavo mal collegato, forse? L’effetto Larsen? Uno dei tizi alle spalle del sassofonista comincia ad accendere e spegnere di tanto in tanto una lampada da cantiere. Immagino che sia imbarazzato per via del fischio che non riesce ad eliminare, e che nella penombra non riesca a vedere bene dove sta mettendo le mani.

Ad un certo punto, dopo un bel po’ di tempo che questa storia va avanti, in balia di atroci sospetti rinuncio alla mia dignità e mi giro verso il Curi chiedendo: “… ma è già iniziato?”

La flemmatica risposta è: “Penso di sì.”

Con tutto che mi piace molto la musica elettronica, quei fischi erano veramente sgradevoli per gli orecchi, nonché prossimi alla soglia del dolore. Dopo poco ho cominciato a sperare che il sassofonista cominciasse presto a suonare. Ma, come dice l’adagio: attenti a ciò che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Quando comincia, infatti, prende ad emettere dei suoni molto lunghi e ripetitivi, come la sirena di una nave.

Dopo un po’ comincio a chiedermi cosa pensi di tutto ciò il mio compagno di sventura, quando questi, come se avesse avvertito telepaticamente la mia curiosità, si gira e mi fa: “Se qualcuno applaude, lo uccido.” Un commento che non lasciava adito a molti dubbi.

Con nostra sorpresa, però, alla fine saranno applausi scroscianti. Di approvazione, forse — o forse, come nel mio caso, di sollievo… che l’incubo fosse finito.

Bailando la salsa: il passo avanti

mercoledì 30 luglio 2008

Ecco, fra le cose che non avrei mai pensato di fare in questi sei mesi, c’era quella di partecipare ad una lezione di salsa.

In un pub.

Dentro un mercato, fra l’altro.

Chiuso, per giunta.

Ok, la faccenda acquista un pizzico di senso in più se specifico che il mercato era il Camden Lock, e che detto Lock ospita nel suo bel mezzo questo locale cubano (The Cuban, per l’appunto) che resta aperto anche quando le bancarelle e le botteghe più amate dai fricchettoni (nonché da me) hanno già chiuso.

The Cuban

Il giovedì, poi, a quanto pare, è serata di salsa. Quando sono arrivato il locale sembrava ancora un normale pub, tant’è che ho pensato di aver sbagliato posto. Poi, all’improvviso, il volume della musica si è alzato, tutti si sono allineati e io, col bicchiere di birra ancora in mano, mi sono trovato in mezzo a svariate file di persone che cercavano di seguire un istruttore assolutamente invisibile, lontano diversi strati di folla.

Questo attimo di pura follia si è poi un po’ stemperato quando la gente è stata divisa in tre cerchi: principiante, intermedio e avanzato. L’istruttore, dall’aspetto più sudatizzo che latino, era simpatico ma viaggiava abbastanza; alla fine, per stare sempre a guardarlo, ho rimediato più un discreto torcicollo che una conoscenza dei rudimenti della salsa.

Nonostante i miei sforzi, però, non sono riuscito a diventare lo zimbello dell’intero locale, ma solo del mio gruppo di amici: il che è già un passo avanti.

Prendiamola a ridere

giovedì 17 aprile 2008

La stand-up comedy mi ha sempre incuriosito e affascinato. Per certi versi è l’essenza dell’intrattenimento: una persona, da sola, armata soltanto di voce, mimica e gestualità, deve far ridere un pubblico con cui è a stretto contatto e che non gli perdonerà fallimenti.

Non sono un esperto ma, a differenza che da noi, questa tradizione mi sembra molto importante nei paesi anglosassoni. Tanti attori e autori famosi, come Woody Allen, Steve Martin o Billy Crystal, si sono fatti le ossa da stand-up comedians.

Da noi, direi, si tende maggiormente allo sketch, cioè ad una riduzione del concetto di commedia vero e proprio, spesso con una spalla al fianco, con costumi e scenografie. Anche Zelig, che pure è uno spin-off di un vero comedy club, presenta per lo più un cabaret dove anche i comici singoli tendono a interpretare veri e propri personaggi — per non parlare del concetto di tormentone che ovviamente ha senso solo in televisione e non in un vero locale dove difficilmente rivedi lo stesso comico nell’arco di poco tempo.

Comunque: nell’ambito del weekend italo-gallese, Jon mi ha portato al comedy club Up The Creek, a Greenwitch. La domenica sera c’è il Sunday Special, cioè una serata che è un po’ come l’uovo di Pasqua: spendi poco (5£) e sai che avrai quattro comici di cui almeno due piuttosto famosi ma in pratica non sai chi.

Up The Creek

La prima volta Jon aveva avuto la soffiata che ci sarebbe stato Stephen Merchant. Onestamente non sapevo chi fosse, ma a giudicare dalla lista di premi che ha vinto è davvero un pezzo grosso. Ma anche gli altri non erano affatto male.

Arnab Chanda, mio coetaneo, mi ha fatto riflettere su quanto possono differire i percorsi di due persone. Ho poi letto sul suo sito alcuni suoi pensieri sulla vita da stand up: puoi svegliarti tardi tutti i giorni, ma alla centesima volta che dici la stessa battuta ti viene da vomitare. Ogni lavoro ha le sue parti noiose da mandare giù.

Tony Law invece, col suo umorismo surreale — parte del numero spiegava come mettere su un combattimento fra uno squalo ed un orso — mi ha fatto invece pensare al fatto che le vie della risata sono, se non infinite, quantomeno molto imprevedibili.

In generale — e qui potrei tirare in ballo Andy Zaltzman e Nick Doody, che ho visto la volta successiva — mi sono sentito rinvigorito da numeri che non hanno paura di tirare in ballo attualità, politica e religione senza l’oppressione del politically correct. Anzi mi rendo conto che è il pubblico, me compreso, a non essere abituato, e ride con una punta di riserva.

Inoltre sono rimasto colpito anche dal fatto che quasi tutti i comici puntano su una risata piuttosto intelligente, laddove mi aspettavo più che altro aneddotica e battute a sfondo sessuale, più facili.

Interessante notare come l’età media del pubblico sia sul 20 basso, immagino attratta dal prezzo stracciato. Un’atmosfera molto gradevole. Fra un numero e l’altro, la gente va a farsi una pinta di birra al bar, e poi si ricomincia.