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Flat tales / 1

venerdì 9 ottobre 2009

Sulla ricerca di un alloggio a Londra, pensavo di aver già appreso tutto la volta scorsa — ma all’epoca, essendo da solo, puntavo al cosiddetto flatshare, cioè in soldoni quella che da noi è “la singola in casa con altri”.  In quel caso Internet era stato utile nonché sufficiente.

Stavolta invece, nel fine settimana passato a spulciare speranzosi vari siti di annunci, abbiamo sì trovato molte proposte interessanti, ma, purtroppo, per metà risulteranno essere truffe: gente che, una volta contattata per e-mail, risponde che al momento stanno facendo pratica medica in… Italia (?!) o Cina (!!) e che quindi prima di prendersi la briga di tornare per firmare il contratto vogliono un anticipo in denaro per essere sicuri della serietà dell’acquirente. Tutto questo ovviamente senza far visionare la casa prima e richiedendo i soldi tramite servizi di money transfer anonimi. Ora mi si potrà anche accusare di non essere the brightest crayon in the box, però prima di cadere a piè pari in un tranello simile, francamente, ce ne corre.

L’altra metà degli annunci sono in realtà postati da agenzie. In questo caso non si tratta di una vera e propria truffa — semmai è un po’ disonesto non qualificarsi esplicitamente in quanto tali. Inoltre, nel 90% dei casi, la casa che vedi nell’annuncio “purtroppo non è più disponibile”, ma guardacaso ne hanno sempre altre un po’ più care e un po’ più lontane da farti vedere.

Prima di gettarci fra le braccia delle agenzie, però, facciamo il disperato tentativo di mettere noi un annuncio. Di risposte ne arrivano parecchie, anche se molte di queste — ci credereste? — vengono da medical practicioners che purtroppo al momento non si trovano sul suolo patrio…

(continua)

Lettera aperta all’amico Ristoratore

martedì 2 giugno 2009

Caro amico Ristoratore,

tu sai che il rapporto che ci lega da tempo immemore, lungi dall’esaurirsi nel mero scambio di cibo con denaro, si articola in una profonda stima e simpatia reciproca.

Ad esempio io, da parte mia, prenoto col nome vero; disdico la prenotazione se non vengo; rispetto i tuoi camerieri; in bagno faccio del mio meglio per centrare la tazza; e se sono soddisfatto del cibo ci tengo a fartelo sapere.

(C’è chi maligna su una mia presunta manella tirata al momento di lasciare mance — ma lasciamo stare, penso che tu riconosca che situazioni diverse richiedono comportamenti diversi.)

Tu, per contro, non ti limiti a fornirmi quel cibo che contribuisce a sostenere la mia vita e ad allargare il mio giro-vita. Eh no! Tu fai del tuo meglio per regalarmi un’esperienza, un’atmosfera. Ci metti quel qualcosa in più che mi fa uscire felice di casa, che mi fa pregustare con aria sognante la cena e la compagnia dei miei amici o dei miei cari.

Ecco. È proprio su questo punto, mio caro amico Risoratore, che ti invito a riflettere.

Ultimamente, a tavola, mi capita di parlare con persone imbabolate, ipnotizzate, che si distraggono facilmente e rispondono a monosillabi. Io stesso, talvolta, faccio come loro.

Oppure mi tocca sentire gente che litiga, o vedere giornalisti untuosi che presentano i loro ospiti. Due fra le cose che più mi irritano al mondo.

In altre parole, amico Ristoratore: …come cazzo ti è venuto di mettere la tv in sala?!

Capisco che un tuo cliente voglia vedersi con la coda dell’occhio la finale di Champions League, e guarda: arrivo a capire anche che uno voglia vedersi la serata finale del Festival di Sanremo!

Ma sinceramente non riesco a credere che ci sia qualcuno che non riesce a perdersi, per dire, una puntata della trasmissione sui record, e trovi anzi piacere a mangiare mentre sullo schermo scorrono le immagini di persone ricoperte di scarafaggi, tanto per dirne una.

E se esiste gente così, che se ne resti a casa!

… e se non vogliono restarsene a casa loro, vorrà dire che ci resterò io.

Tuo,

Buona Forchetta