Post con tag ‘ristoranti’
The blur
mercoledì 24 giugno 2009Il paradosso dei blog è che a volte rischiano di restare muti proprio nei momenti più concitati. Ad esempio nelle ultime due settimane ne ho passate di cotte e di crude.
Per cominciare sono stato al mare con alcuni ex-compagni delle superiori per celebrare i dieci anni dall’esame di maturità. Dieci: vi risparmio le solite lagne sui trenta alle porte e il tempo che passa. In compenso, grazie al fatto di essermi perso nonostante una delle strade più facili che la cartografia abbia mai concepito, ho varato l’acquisto di un navigatore satellitare — acquisto che richiederà mesi e mesi di studio, ma quella è un’altra storia.
In secondo luogo, per gli stessi motivi che mi portano a guidare gru nei porti di mezza Italia, sono finito a presidiare uno stand presso una fiera di tecnologie nautiche, fra venditori di luci da interni per yacht e espositori di macchine pulisci-cozze. Queste ultime purtroppo risultano eccessivamente ingombranti per cui temo che dovrò continuare a fare affidamento su quelle del supermercato.
In seguito, il caso ha voluto che mi ritrovassi a Milano proprio la sera in cui, con gara-4, la Mens Sana Basket o Montepaschi Siena che dir si voglia poteva aggiudicarsi il terzo scudetto consecutivo. Ma soprattutto il caso ha voluto che l’impeccabile Tokai, che in quanto ad ospitalità ha solo da insegnare, mi proponesse sua sponte di assistere al big match — o meglio big massacr, visto il risultato finale.
In tribuna, circondato da tifosi della Armani Jeans, mi sono sentito a tratti come Massimo Boldi in quei film a episodi in cui si ritrova fatalmente nella curva della Roma da milanista.
Tutto ciò però impallidisce di fronte alla agghiacciante scoperta che faccio al momento di estrarre la macchina foto per immortalare la storica serata. Quella che per qualche secondo sembra essere una foto sovraesposta, si rivela invece essere, così per ride, un lcd schiantato:
nonché, come se non bastasse, un sinistro deja vu di dolorosi eventi da poco superati:
In soldoni, vi consiglio di evitare di farmi maneggiare oggetti dotati di monitor a cristalli liquidi fino ad almeno tutto il 2009.
E poi: a distanza di due giorni, a orari del tutto diversi e in una coppia di giorni piuttosto inusuali, mi sono trovato in treno a sedermi di fronte alla stessa identica persona. Se era un segno del destino, però, non era un segno del destino eterosessuale, perché trattavasi di maschio — riconosciuto fra l’altro grazie al colore dell’iPod. Nanocromatico.
Infine, se mi consentite di aggiungere il solito lamento su trasporti & servizi, ho potuto constatare senza mezzi termini quanto faccia schifo la stazione di Genova Porta Principe, sotto ogni possibile aspetto. E non sono uno che usa la parola “schifo” tanto facilmente, sicché rendetevi conto.
ps – Ovviamente in qualsiasi ristorante mi sia capitato di andare in questo periodo, sono sempre stato sovrastato da enormi televisori accesi e sparati a tutto volume…
Lettera aperta all’amico Ristoratore
martedì 2 giugno 2009Caro amico Ristoratore,
tu sai che il rapporto che ci lega da tempo immemore, lungi dall’esaurirsi nel mero scambio di cibo con denaro, si articola in una profonda stima e simpatia reciproca.
Ad esempio io, da parte mia, prenoto col nome vero; disdico la prenotazione se non vengo; rispetto i tuoi camerieri; in bagno faccio del mio meglio per centrare la tazza; e se sono soddisfatto del cibo ci tengo a fartelo sapere.
(C’è chi maligna su una mia presunta manella tirata al momento di lasciare mance — ma lasciamo stare, penso che tu riconosca che situazioni diverse richiedono comportamenti diversi.)
Tu, per contro, non ti limiti a fornirmi quel cibo che contribuisce a sostenere la mia vita e ad allargare il mio giro-vita. Eh no! Tu fai del tuo meglio per regalarmi un’esperienza, un’atmosfera. Ci metti quel qualcosa in più che mi fa uscire felice di casa, che mi fa pregustare con aria sognante la cena e la compagnia dei miei amici o dei miei cari.
Ecco. È proprio su questo punto, mio caro amico Risoratore, che ti invito a riflettere.
Ultimamente, a tavola, mi capita di parlare con persone imbabolate, ipnotizzate, che si distraggono facilmente e rispondono a monosillabi. Io stesso, talvolta, faccio come loro.
Oppure mi tocca sentire gente che litiga, o vedere giornalisti untuosi che presentano i loro ospiti. Due fra le cose che più mi irritano al mondo.
In altre parole, amico Ristoratore: …come cazzo ti è venuto di mettere la tv in sala?!
Capisco che un tuo cliente voglia vedersi con la coda dell’occhio la finale di Champions League, e guarda: arrivo a capire anche che uno voglia vedersi la serata finale del Festival di Sanremo!
Ma sinceramente non riesco a credere che ci sia qualcuno che non riesce a perdersi, per dire, una puntata della trasmissione sui record, e trovi anzi piacere a mangiare mentre sullo schermo scorrono le immagini di persone ricoperte di scarafaggi, tanto per dirne una.
E se esiste gente così, che se ne resti a casa!
… e se non vogliono restarsene a casa loro, vorrà dire che ci resterò io.
Tuo,
Buona Forchetta
Take it easy
giovedì 10 luglio 2008Visita al castello di Windsor, usciamo tardi e affamati, piove a dirotto. Sì, febbraio era meglio di luglio, da questo punto di vista — ma lasciamo perdere.
Nel paesino, turistico ma carino, troviamo questo simpatico posto che sfida le mie precarie conoscenze di statica.
Tuttavia decidiamo di non sfidare la mia precaria fiducia nella statica e, percorrendo quella che si dichiara fieramente “la strada più corta del Regno Unito”, ci infiliamo in un altrettanto simpatico pub.
Si mangia, si beve, si ride. Ad un certo punto la pioggia aumenta e all’improvviso sento uno scroscio alle mie spalle. Pensavo che fosse una diligente grondaia nell’atto di indirizzare un fiotto d’acqua torrenziale in strada. Invece era sì un fiotto, però dentro il locale, fra l’altro infiltrato dal piano di sopra.
Mi precipito ad avvertire i rubicondi baristi che, divertìti, mi degnano a malapena di una risata. Uno, per curiosità, si affaccia dal bancone per vedere la cosa, gustandosela con un bel sorrisone goduto.
Nel frattempo il fiotto irrora violentemente il sedile di pelle, il tavolo, la moquette. Schizzi dappertutto. Un gruppo di avventori seduti in quel preciso punto se ne era andato per caso pochi minuti prima.
Da una parte questo atteggiamento rilassato nei confronti della mala sorte e del danno materiale lo condivido, la vita è breve e non vale la pena farsi venire il sangue acido per così poco. Però ecco, se poi il pub comincia a pendere di trenta gradi verso la strada, io non ci torno, tutto qui!
Eat & Pret
venerdì 4 luglio 2008Una delle cose che la vita mi ha insegnato è: diffida da religioni, ristoranti e romanzi provvisti di marchio registrato.
È per questo, immagino, che sulle prime guardavo con scetticismo la catena di paninoteche Eat., i cui punti vendita sono pressoché ovunque in UK.
Certo, è difficile restare impassibili di fronte alla genialità del branding: già il nome, questo invito perentorio con tanto di punto, non scherza; la dicitura “The Real Food Company”, poi, completa il quadro di autoironica arroganza.
Fortunatamente la vita mi ha insegnato anche a non essere rigido con le mie stesse regole, sennò non avrei letto Harry Potter. Pertanto non ho opposto molta resistenza la volta che il Prof mi ha proposto di fare pranzo là.
Devo dire che sono rimasto molto colpito. Semplicemente vendono sì panini, ma con un’ampia e variegata scelta e si sforzano di farli decentemente salutari: ognuno ha un mix diverso di ingredienti e il suo pane ben preciso, addirittura sfornato in loco — e si sente. Tutti i panini vengono fatti a mano la mattina stessa e quando finiscono finiscono. Ci credo perché la sera tardi se spii dalla vetrina vedi che è arrivato il carico di verdure fresche per il giorno dopo.
In seguito ho scoperto Pret A Manger, che è la catena rivale, e mi sono innamorato ancora di più. A parte che anche qui il franchising raggiunge vette di cura impensabili, con le rifiniture in metallo da tavola calda degli anni ‘50 — tanto che ogni volta mi sembra di entrare in un quadro iperrealista.
Loro aggiungono poi anche quel tocco che piace tanto alla middle class, come l’attenzione all’ambiente, la beneficenza (i panini avanzati li distribuiscono alle mense dei poveri) e, addirittura, l’attenzione ai lavoratori che, a quanto è fieramente specificato sul materiale promozionale, sono “ben pagati”. Addirittura l’azienda si vanta di non avere ritmi di crescita vertiginosi e di non guadagnare uno stonfo — anche se comunque male non se la passano, visto che dove vai è dove ne trovi uno.





