Post con tag ‘stranezze’

Manchester in nove foto poco rappresentative

venerdì 26 febbraio 2010

Frammenti pseudocasuali di un weekend al di fuori dei confini londinesi, a trovare in extremis l’ormai ex-collega Peppuzzinellicchio in procinto di rientrare nello Stivale dopo sei mesi vessuti pericolosamente in quel di Manchester.

Flat tales / 3

sabato 17 ottobre 2009

Immaginate la scena al rallentatore: l’agente immobiliare, di fronte a noi, apre pian piano la porta. A poco a poco, il vano abitativo comincia a svelarsi. Nebulosamente intravediamo superfici che sanno di nuovo, di pulito. Sui nostri volti stanchi comincia a dipingersi un sentimento ormai affievolitosi: la speranza. Sentiamo quasi in lontananza una musica di violini che comincia ad alzarsi, per celebrare il momento — forse abbiamo finalmente trovato casa?

Ma — tac! — la porta si blocca. Non si apre più. Non si spalanca a mostrarci il resto dell’appartamento, e per un semplice motivo. È tutto lì. Fine.

Entriamo impietriti. Il monolocale è presto descritto: una stanza stretta leggermente allungata, che per la prima metà ha un soppalco che ospita un letto. Più che un letto lo chiamerei un materasso poggiato per terra, e credo che alzando un braccio da disteso toccherei agevolmente il soffitto. C’è un angolo cottura, una poltrona, una tv incastrata sotto le scalette del soppalco. Il bagno è una cabina in cui penso che una persona leggermente sovrappeso farebbe fatica a entrare. Il cesso è di quelli mignon, accorciàti. Il lavandino sembra uno scherzo — uno scherzo peraltro molto in voga da queste parti.

L’agente ci mostrerà poi qualche altro appartamento leggermente più grande, ma più li guardiamo e più ci rendiamo conto che sono basati tutti sullo stesso meccanismo. Veniamo a sapere infatti che l’agenzia è direttamente proprietaria degli immobili: compra decine di villette, poi le sventra e ne ricava dieci, venti micro-appartamenti in ognuna. Grazie alle economie di scala, può permettersi di arredarle in maniera gradevole, rinnovarle in blocco appena un inquilino lascia, e via dicendo. Per chi conosce lo stato in cui ti vengono in genere presentate le case a Londra, queste sembrano un paradiso.

Poi però, ad una seconda occhiata, ti accorgi che non sono solo piccole, ma sono proprio pensate male — come se dovessero impressionare a prima vista affittuari frettolosi, e non veramente soddisfare le loro esigenze abitative. Fumo senza arrosto. Non ci sono armadi, per dire, né c’è posto dove metterne uno di fortuna: un dettaglio in grado di mettere in ginocchio anche chi fashion victim non è. Non c’è un tavolo — e sì che sembrano rivolgersi prevalentemente a studenti. Il frigorifero sembra un giocattolo, il lavandino della cucina magari si trova nell’angolo — comodo!

Ultima chicca, la lavatrice. Dov’è? Non vi preoccupate, c’è. Sì ma dove? Semplice, è nel basement. Su nostra insistenza ci viene alla fine mostrata, chiusa in uno sgabuzzino, una normale lavatrice, pronta a soddisfare i bisogni di un’intera casa… convertita in condominio.

(continua)

Flat tales / 2

lunedì 12 ottobre 2009

Una delle persone che risponde seriamente al nostro annuncio è un tipo che ci scrive in italiano, pur avendo un nome inglese. Al telefono ci fa una buona impressione, per cui alla fine decidiamo di andare a vedere la sua casa nonostante si trovi un po’ fuori mano.

Avevo visto da Google Maps (sempre sia lodato) che la casa era dietro un enorme supermercato. Effettivamente appena usciamo dalla metro, vediamo questo mastodontico Tesco che sovrasta un intero isolato — grande, per capirsi, grossomodo quanto un’Ipercoop.

“Bene”, ci diciamo, “fare la spesa non sarà un problema”. Understatement of the year, ma andiamo con ordine.

Le indicazioni che abbiamo ci portano a fare il giro dell’isolato, percorrendo vie residenziali abbastanza gradevoli. Proprio all’ultimo però dobbiamo svoltare in un vicolo, e qui l’impressione peggiora subito: infatti, oltre a due/tre case, si affaccia imponente il retro del supermercato di cui prima, con masserizie varie di fornitori lasciate in giro. Ciliegina sulla torta una signora ubriaca, seduta in un angolo, che si guarda i piedi ondeggiando la testa e che ogni tanto è preda di qualche conato di vomito.

Ci giriamo verso le case senza trovare però il numero civico che cercavamo. Spaesati, telefoniamo al tipo, che ci dice: “Ah eccovi, vi vedo dalla finestra”. Ci guardiamo attorno più e più volte finché, voltandoci, non lo individuiamo in alto, proprio sull’edificio che sembrava il retro del supermercato. “Bussate che vi apro la porta”, ci dice. Ci incamminiamo assai perplessi. Suoniamo il campanello di quella che era evidentemente una uscita di servizio. Entriamo e ci troviamo di fronte un paio di ascensori, enormi e non troppo puliti: anche questi chiaramente in uso al supermercato.

Mentre l’ascensore sale ci guardiamo con occhi sbarrati. Dove siamo finiti? Ma l’ascensore arriva e — sorpresa! — ci lascia inaspettatamente all’aperto, in un ridente vicinato, tutto verdeggiante, con tanto di stradina principale con ai lati villettine a due piani molto curate e “cosy”, come dicono da queste parti. A questo punto siamo molto confusi. Il tipo sbuca fuori da una di queste case e ci invita ad entrare; ci mostra casa sua che è molto carina, grande, addirittura ha un terrazzino e anche una vista mozzafiato. È la casa in cui vive, ma si sta trasferendo da un’altra parte col compagno (italiano, da cui la sua scioltezza con l’idioma).

Ma sì, insomma, la casa di per sé sarebbe anche carina, potrebbe andare, ma… non so se avete capito… la casa si trova esattamente sopra il supermercato! Per meglio dire c’è il supermercato al piano terra, poi dopo ci sono un paio di piani di parcheggio, e infine c’è questo simpatico quartierino. Tant’è che per uscire passiamo attraverso il parcheggio e prendiamo un altro ascensore che ci lascia direttamente dentro al supermercato stesso…

Che dire, questa esperienza mi ha lasciato abbastanza senza parole. Non sono sicuro di essere riuscito a rendere l’assurdità del luogo. In realtà l’idea di prendere il tetto di un casermone e costruirci sopra delle cae di per sé non sarebbe neanche male — ma avrebbero dovuto quantomeno curare di più le vie di accesso.

(continua)