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Lo stakeholder della palestra sotto casa

giovedì 18 febbraio 2010

“E c’è anche la palestra sotto casa!” avevamo detto all’unisono al momento di elencare tutti i vantaggi della nuova abitazione — glissando ovviamente sul fatto che a noi, le palestre, non ci sono mai andate tanto a genio.

Il nuovo anno, però, insieme alla minaccia dei trent’anni e all’eredità della panza da cenone, ha portato un’improvvisa curiosità di andare a dare un’occhiata.

A dire il vero non avevamo grandi aspettative, forse per via del fatto che l’ingresso ha un’apparenza un po’ dimessa. Invece saliamo le scale e… basiti, ci rendiamo conto che quell’orrenda specie di hangar sormontata da condizionatori, di cui abbiamo delle diapositive qui e qui, è interamente occupata dalla palestra stessa. Addirittura contiene una piscina coperta! Sale, macchinari, corsi offerti, anche il bar: tutto sembra iper-professionale. Cominciamo a prendere sul serio l’ipotesi di frequentarla.

Ma il rovescio della medaglia si presenta immediatamente sotto forma di junior manager che, dotato di brava cartellina, comincia a interrogarci sugli obiettivi che ci siamo prefissati e sui risultati che vogliamo ottenere. Ci presenta un prospetto con vari profili di frequentatori: hanno nomi come performance, sono molto result oriented — e in generale si insiste molto sul discorso della perdita di peso. Una timida iconcina con un cuore, affiancata dalla parola health, ha tutta l’aria di sentirsi molto sola.

Cavoli, non ho voluto fare il consulente per non avere a che fare continuamente con questo linguaggio corporate che sopporto a fatica… ma niente: i target e le review (la palestra fa anche quelle periodicamente) mi inseguono; mancano la quality e il value e poi siamo tutti.

Come se non bastasse attuano pure una sales strategy parecchio aggressiva. Non contenti di chiedere un’iscrizione annuale, mettono fretta usando l’arma di fantomatiche promozioni con scadenza imminente, e arrivano anche a chiamarmi al telefono più volte.

Vorrei potervi dire che non mi sono arreso ma la verità è che il fisico minato da anni passati seduto alla scrivania me l’ha chiesto come favore. E quindi ora, da un paio di settimane — ci credereste? — sveglia presto e palestra mattutina. Non lo dico per vantarmi bensì come strumento motivazionale: allargo la platea con cui fare la figura di merda quando, fra pochi giorni, mi comincerà a calare bruscamente la voglia di andarci!

Il mio 2009

giovedì 31 dicembre 2009

E così anche quest’anno volge al termine, in un vortice di simmetrie interne ed esterne:

Il mio 2009

Auguro a tutti i lettori di passaggio di concludere al meglio il 2009 con una bella mangiata — dopodiché buon 2010 a tutti!

Flat tales / 2

lunedì 12 ottobre 2009

Una delle persone che risponde seriamente al nostro annuncio è un tipo che ci scrive in italiano, pur avendo un nome inglese. Al telefono ci fa una buona impressione, per cui alla fine decidiamo di andare a vedere la sua casa nonostante si trovi un po’ fuori mano.

Avevo visto da Google Maps (sempre sia lodato) che la casa era dietro un enorme supermercato. Effettivamente appena usciamo dalla metro, vediamo questo mastodontico Tesco che sovrasta un intero isolato — grande, per capirsi, grossomodo quanto un’Ipercoop.

“Bene”, ci diciamo, “fare la spesa non sarà un problema”. Understatement of the year, ma andiamo con ordine.

Le indicazioni che abbiamo ci portano a fare il giro dell’isolato, percorrendo vie residenziali abbastanza gradevoli. Proprio all’ultimo però dobbiamo svoltare in un vicolo, e qui l’impressione peggiora subito: infatti, oltre a due/tre case, si affaccia imponente il retro del supermercato di cui prima, con masserizie varie di fornitori lasciate in giro. Ciliegina sulla torta una signora ubriaca, seduta in un angolo, che si guarda i piedi ondeggiando la testa e che ogni tanto è preda di qualche conato di vomito.

Ci giriamo verso le case senza trovare però il numero civico che cercavamo. Spaesati, telefoniamo al tipo, che ci dice: “Ah eccovi, vi vedo dalla finestra”. Ci guardiamo attorno più e più volte finché, voltandoci, non lo individuiamo in alto, proprio sull’edificio che sembrava il retro del supermercato. “Bussate che vi apro la porta”, ci dice. Ci incamminiamo assai perplessi. Suoniamo il campanello di quella che era evidentemente una uscita di servizio. Entriamo e ci troviamo di fronte un paio di ascensori, enormi e non troppo puliti: anche questi chiaramente in uso al supermercato.

Mentre l’ascensore sale ci guardiamo con occhi sbarrati. Dove siamo finiti? Ma l’ascensore arriva e — sorpresa! — ci lascia inaspettatamente all’aperto, in un ridente vicinato, tutto verdeggiante, con tanto di stradina principale con ai lati villettine a due piani molto curate e “cosy”, come dicono da queste parti. A questo punto siamo molto confusi. Il tipo sbuca fuori da una di queste case e ci invita ad entrare; ci mostra casa sua che è molto carina, grande, addirittura ha un terrazzino e anche una vista mozzafiato. È la casa in cui vive, ma si sta trasferendo da un’altra parte col compagno (italiano, da cui la sua scioltezza con l’idioma).

Ma sì, insomma, la casa di per sé sarebbe anche carina, potrebbe andare, ma… non so se avete capito… la casa si trova esattamente sopra il supermercato! Per meglio dire c’è il supermercato al piano terra, poi dopo ci sono un paio di piani di parcheggio, e infine c’è questo simpatico quartierino. Tant’è che per uscire passiamo attraverso il parcheggio e prendiamo un altro ascensore che ci lascia direttamente dentro al supermercato stesso…

Che dire, questa esperienza mi ha lasciato abbastanza senza parole. Non sono sicuro di essere riuscito a rendere l’assurdità del luogo. In realtà l’idea di prendere il tetto di un casermone e costruirci sopra delle cae di per sé non sarebbe neanche male — ma avrebbero dovuto quantomeno curare di più le vie di accesso.

(continua)

L’insopportabile gruppo di supporto

lunedì 29 giugno 2009

È facile sparare a zero sull’arte contemporanea, talmente facile che è uno sport che non mi ha mai appassionato — anche perché in genere sfocia molto facilmente in una compiaciuta autoassoluzione della propria ignoranza, condita da abbondanti dosi di banalità e luoghi comuni. E fra l’altro, se uno si volta indietro, vede che raramente la storia ha dato ragione a questo atteggiamento.

Ciò detto, qualche sera fa mi sono incontrato col vecchio amico Curi, compagno di tante avventure, in un simpatico localino a nord di Shoreditch, specializzato in musica dal vivo. Il programma del mese aveva una certa propensione per la musica di improvvisazione, mentre la serata presentava nella fattispecie due chitarristi portoghesi — per cui mi aspettavo un qualcosa di simile al jazz, condito con tanti begli assoli virtuosistici di chitarra.

A cominciare c’era invece una sorta di gruppo di supporto, composto da un sassofonista e due specie di tecnici del suono che armeggiavano alle sue spalle su due consolle. L’idea di cominciare con un po’ di sassofono non mi dispiaceva, devo dire la verità. Questa serata di musica dal vivo si presentava proprio bene.

Quando il gruppo comincia, però, ci deve essere qualche problema con l’audio perché si sente un bruttissimo fischio. Qualche cavo mal collegato, forse? L’effetto Larsen? Uno dei tizi alle spalle del sassofonista comincia ad accendere e spegnere di tanto in tanto una lampada da cantiere. Immagino che sia imbarazzato per via del fischio che non riesce ad eliminare, e che nella penombra non riesca a vedere bene dove sta mettendo le mani.

Ad un certo punto, dopo un bel po’ di tempo che questa storia va avanti, in balia di atroci sospetti rinuncio alla mia dignità e mi giro verso il Curi chiedendo: “… ma è già iniziato?”

La flemmatica risposta è: “Penso di sì.”

Con tutto che mi piace molto la musica elettronica, quei fischi erano veramente sgradevoli per gli orecchi, nonché prossimi alla soglia del dolore. Dopo poco ho cominciato a sperare che il sassofonista cominciasse presto a suonare. Ma, come dice l’adagio: attenti a ciò che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Quando comincia, infatti, prende ad emettere dei suoni molto lunghi e ripetitivi, come la sirena di una nave.

Dopo un po’ comincio a chiedermi cosa pensi di tutto ciò il mio compagno di sventura, quando questi, come se avesse avvertito telepaticamente la mia curiosità, si gira e mi fa: “Se qualcuno applaude, lo uccido.” Un commento che non lasciava adito a molti dubbi.

Con nostra sorpresa, però, alla fine saranno applausi scroscianti. Di approvazione, forse — o forse, come nel mio caso, di sollievo… che l’incubo fosse finito.

The blur

mercoledì 24 giugno 2009

Il paradosso dei blog è che a volte rischiano di restare muti proprio nei momenti più concitati. Ad esempio nelle ultime due settimane ne ho passate di cotte e di crude.

Per cominciare sono stato al mare con alcuni ex-compagni delle superiori per celebrare i dieci anni dall’esame di maturità. Dieci: vi risparmio le solite lagne sui trenta alle porte e il tempo che passa. In compenso, grazie al fatto di essermi perso nonostante una delle strade più facili che la cartografia abbia mai concepito, ho varato l’acquisto di un navigatore satellitare — acquisto che richiederà mesi e mesi di studio, ma quella è un’altra storia.

In secondo luogo, per gli stessi motivi che mi portano a guidare gru nei porti di mezza Italia, sono finito a presidiare uno stand presso una fiera di tecnologie nautiche, fra venditori di luci da interni per yacht e espositori di macchine pulisci-cozze. Queste ultime purtroppo risultano eccessivamente ingombranti per cui temo che dovrò continuare a fare affidamento su quelle del supermercato.

In seguito, il caso ha voluto che mi ritrovassi a Milano proprio la sera in cui, con gara-4, la Mens Sana Basket o Montepaschi Siena che dir si voglia poteva aggiudicarsi il terzo scudetto consecutivo. Ma soprattutto il caso ha voluto che l’impeccabile Tokai, che in quanto ad ospitalità ha solo da insegnare, mi proponesse sua sponte di assistere al big match — o meglio big massacr, visto il risultato finale.

In tribuna, circondato da tifosi della Armani Jeans, mi sono sentito a tratti come Massimo Boldi in quei film a episodi in cui si ritrova fatalmente nella curva della Roma da milanista.

Tutto ciò però impallidisce di fronte alla agghiacciante scoperta che faccio al momento di estrarre la macchina foto per immortalare la storica serata. Quella che per qualche secondo sembra essere una foto sovraesposta, si rivela invece essere, così per ride, un lcd schiantato:

Non sei venuto malaccio in questa, via

nonché, come se non bastasse, un sinistro deja vu di dolorosi eventi da poco superati:

C'eravamo tanto amati

In soldoni, vi consiglio di evitare di farmi maneggiare oggetti dotati di monitor a cristalli liquidi fino ad almeno tutto il 2009.

E poi: a distanza di due giorni, a orari del tutto diversi e in una coppia di giorni piuttosto inusuali, mi sono trovato in treno a sedermi di fronte alla stessa identica persona. Se era un segno del destino, però, non era un segno del destino eterosessuale, perché trattavasi di maschio — riconosciuto fra l’altro grazie al colore dell’iPod. Nanocromatico.

Infine, se mi consentite di aggiungere il solito lamento su trasporti & servizi, ho potuto constatare senza mezzi termini quanto faccia schifo la stazione di Genova Porta Principe, sotto ogni possibile aspetto. E non sono uno che usa la parola “schifo” tanto facilmente, sicché rendetevi conto.

ps – Ovviamente in qualsiasi ristorante mi sia capitato di andare in questo periodo, sono sempre stato sovrastato da enormi televisori accesi e sparati a tutto volume…